Dietro lo scintillio delle strutture avveniristiche, dei grattacieli, delle fontane e dei giochi di luce di Abu Dhabi, il potere giudiziario degli Emirati arabi uniti lavora alacremente da un anno per togliere dalla circolazione ogni forma di dissenso. Con la benedizione delle cancellerie occidentali. È trascorso un anno dal termine del “maxiprocesso” a 94 imputati, celebrato direttamente presso la Corte suprema federale – dunque senza possibilità d’appello – e terminato, il 2 luglio 2013, con 69 condanne – otto delle quali in contumacia – a pene da sette a 15 anni di carcere per “aver costituito un’associazione con lo scopo di rovesciare il governo”.

In carcere sono finiti avvocati per i diritti umani come Mohammed al-Mansouri, docenti universitari come Mohammed al-Roken, ex giudici come Ahmed al-Zaabi nonché il fondatore dell’università Ittihad, lo sceicco Sultan Kayed Mohammed al-Qassimi. Le indagini e il processo sono stati segnati da numerose irregolarità: firme false apposte su “confessioni” mai rese, diniego del diritto alla difesa e, soprattutto, l’uso massiccio della tortura – mai indagato – durante gli interrogatori e tra un’udienza e l’altra del processo.

L’elenco delle torture è sconvolgente: pestaggi, sospensioni a testa in giù, barba e peli del petto strappati, unghie delle dita delle mani sollevate e tirate via, corrente elettrica, minacce di stupro, privazione del sonno, esposizione a luci al neon notte e giorno, lunghi periodi di isolamento. Secondo il Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle detenzioni arbitrarie, i 61 uomini n carcere da un anno sono “colpevoli” unicamente di aver esercitato i loro diritti alla libertà d’opinione e di espressione e alla libertà di associazione e manifestazione pacifica.

Il 5 febbraio Gabriela Knaul, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sull’indipendenza dei giudici, ha commentato che il sistema giudiziario degli Emirati rimane di fatto sotto il controllo del governo.