C’era una gran confusione dei cieli italiani, il 27 giugno 1980. Una confusione dettata da voli cancellati e da altri in ritardo, senza un’apparente spiegazione. Lo racconta Elisabetta, ai tempi nemmeno trentenne, che quel giorno avrebbe dovuto volare da Milano a Palermo per andare a trovare un’amica di vecchia data. Un’ora e mezza scarsa di volo che, quel giorno, si rivelò una specie di odissea che difficilmente si era registrata prima e che, a quel livello, altrettanto difficilmente si sarebbe manifestata negli anni a seguire. La testimonianza di Elisabetta, raccolta da ilfattoquotidiano.it, è quella della prima persona che, in lista d’attesa per prendere il Dc9 dell’Itavia, fu la prima non imbarcata sul volo, con scorno della viaggiatrice che sperava di poter raggiungere il capoluogo siciliano senza ulteriori difficoltà. Perché, quel giorno, per la giovane donna, di difficoltà ce n’erano state fin troppe. Ed erano state tali da giustificare la partenza da Bologna invece che da Milano da dove la ragazza non era riuscita a decollare – non almeno con il volo diretto – a causa di un’inspiegabile cancellazione del collegamento. “Sul momento – ricorda – pensai a disservizi nel periodo sbagliato, mentre i viaggiatori iniziano a spostarsi per le vacanze”. E per di più il 27 giugno 1980 era un venerdì, giorno in cui c’era chi prendeva un aereo per tornare a casa dopo trasferte di lavoro.

Elisabetta si era presentata in orario, il pomeriggio, allo scalo di Linate. “Nella mia idea, come già tante volte in passato”, dice, “c’era un rapido check in e poi qualche giorno di riposo in Sicilia”. La aspettava infatti un’amica che molte altre volte era andata a visitare per trovare rifugio alla frenesia lombarda. “Eppure quel giorno”, afferma ancora, “nonostante le aspettative, non fu così”. Raggiunto lo scalo milanese, in effetti, vide che il volo diretto, quello che doveva prendere, era stato cancellato e che, se avesse voluto arrivare a Palermo proprio quel giorno, sarebbe stata imbarcata prima per Bologna. Poi, da qui, le era stato spiegato dagli assistenti di terra, sarebbe stata messa in lista d’attesa per un altro volo, dato in ritardo, o alla peggio per quello successivo, dato che ce n’era un altro utile. Così, facendo buon viso a un gioco pessimo, disse “ok per Bologna”.

Una volta approdata all’aeroporto Marconi si mise in coda per prendere il collegamento per Palermo. La attendeva la lista d’attesa, ben conosciuta da chi l’aereo lo usa più o meno spesso. Speri che qualcuno, nonostante abbia già fatto prenotazione e biglietto, all’ultimo momento non si presenti lasciando il posto a chi, invece, prova a imbarcarsi all’ultimo minuto. Uno, due, tre, quattro passeggeri più qualcun altro vennero chiamati per il Dc9 che sarebbe decollato di lì a poco da Bologna con 113 minuti di ritardo. Se Elisabetta fosse riuscita a salire, il danno non sarebbe stato grave, perché grosso modo sarebbe atterrata a Palermo non molto più tardi rispetto ai suoi programmi originari. Ma lei, caso volle, fu la prima inserita nella lista d’attesa a non essere imbarcata. “Provai a protestare”, dice ancora, “feci notare che stavo facendo un giro poco sensato rispetto alla rotta che avrei dovuto percorrere se a Milano tutto fosse filato liscio, senza intoppi sul programma di marcia”. Ma a poco valsero le sue rimostranze: sull’aereo che sarebbe atterraro nel capoluogo siciliano poco dopo le 21 non c’era più posto.

Così Elisabetta si rimise in saccoccia il suo fastidio e aspettò l’aereo successivo, che sarebbe decollato di lì a non molto. Di nuovo in attesa della chiamata, giunse il suo turno e poté finalmente partire grosso modo un’ora dopo. Atterrata a Palermo e individuata l’amica che da tempo l’attendeva agli sbarchi, lanciò un’occhiata ai tabelloni degli atterraggi. “Strano”, pensò vedendo che l’aereo sul quale le era stato impedito di salire era dato in ritardo. “Com’è possibile che io sia partita dopo e sia arrivata prima di quel volo?” rifletté tra sé e sé mentre raggiungeva l’uscita per andare al parcheggio dove c’era l’auto della sua amica, con cui entrambe avrebbero raggiunto la località di Caronia, provincia di Messina. Ma lì per lì Elisabetta non si concentrò troppo su quel pensiero. “Per me, del resto”, afferma, “era appena iniziata una vacanza e non c’era traccia, nella mia mente, della possibilità di una sciagura aerea che aveva schivato per un soffio”.

Rimase tuttavia all’aeroporto di Punta Raisi abbastanza per accorgersi che dell’orario di atterraggio del Dc9, quello su cui avrebbe dovuto imbarcarsi, non c’era traccia. Lo si dava con un ritardo non quantificato. “Eppure gli aerei non si infilano nel traffico o nelle file da casello autostradale, come al rientro dalle vacanze. Perché, nonostante sia partito prima, il volo non è ancora arrivato? Com’è possibile che siamo atterrati prima noi, nonostante siamo partiti più tardi?” La spiegazione a quegli interrogativi Elisabetta la trovò il giorno successivo, guardando il telegiornale. E allora si rese pienamente conto che anche lei, per un soffio davvero, avrebbe potuto trovarsi su quell’aereo mai giunto a Palermo. “Rimasi agghiacchiata nei giorni successivi vedendo le prime immagini dei corpi che affioravano”, conclude Elisabetta. Nell’immediato non sapeva, la ragazza milanese, che il Dc9 era stato abbattuto nel corso di un’azione di guerra, probabilmente centrato da un missile. Ma con il senno di poi, ad anni distanza, la sua memoria torna a quel giorno di stranezze, agli aerei cancellati e agli inevitabili spostamenti da un aeroporto all’altro. “Avrei potuto esserci anche io nell’elenco delle vittime. E ancora oggi mi chiedo perché tutti quei disagi, proprio nel giorno in cui i cieli erano attraversati da aerei che con i trasporti civili non c’entravano nulla”.