Accordo in extremis per scongiurare i licenziamenti alla Marcegaglia Buildtech di Sesto San Giovanni. La direzione dell’azienda siderurgica aveva annunciato che avrebbe mandato a casa i 165 lavoratori dello stabilimento lombardo, se entro il 16 giugno non si fosse raggiunta un’intesa con i sindacati sul tema del trasferimento nell’impianto di Pozzolo Formigaro, in provincia di Alessandria. E proprio nella mattina dell’ultimo giorno disponibile, i rappresentanti di Fim Cisl e Uilm Uil hanno sottoscritto un accordo con il gruppo guidato da Antonio ed Emma Marcegaglia, fresca di nomina a presidente di Eni. In calce al documento manca, tuttavia, la sigla della Fiom, che accusa il testo di “non salvaguardare i posti di lavoro” perché chi non accetterà il trasferimento né, in alternativa, la buonuscita, è destinato a finire in cassa integrazione straordinaria.

La firma è arrivata dopo un lungo braccio di ferro tra sindacati e azienda sul tema del trasferimento nell’impianto di Pozzolo Formigaro, in provincia di Alessandria. Il progetto di chiudere lo stabilimento di Sesto San Giovanni e spostare la produzione in Piemonte, presentato dalla società ad aprile, aveva incontrato subito l’opposizione di Fiom e Fim. Le sigle sindacali avevano parlato di un piano di licenziamenti mascherati, della volontà del gruppo di fare speculazione immobiliare sull’area e della mancanza di garanzie occupazionali per i lavoratori. Ma il fronte sindacale ha cominciato a scricchiolare il 5 giugno scorso, quando due delegati Fiom della Rsu hanno firmato un’ipotesi di accordo, poi approvata dal 95% dei votanti in assemblea. L’operazione non è piaciuta al sindacato dei metalmeccanici Cgil, che ha sconfessato i propri delegati determinando la decadenza della Rsu. Di fronte al rischio di un buco nell’acqua, l’azienda ha dettato un ultimatum: accordo o lettere di licenziamento per tutti. La Fiom si era detta disponibile al dialogo, ma non prima di quella data. Così, nel frattempo, è stato portato avanti un tavolo con le altre organizzazioni sindacali, Fim e Uilm. 

La trattativa ha partorito un testo che introduce alcune novità rispetto a quello firmato il 5 giugno. Innanzitutto, è confermato un incentivo all’esodo pari a 30mila euro lordi per chi non accetti il trasferimento. Quanti invece diranno sì a un lavoro in Piemonte potranno godere di un bonus di 150 euro lordi in busta paga se raggiungeranno lo stabilimento con il pullman dell’azienda. In caso contrario, riceveranno 250 euro. Per chi non accetterà né la buonuscita né il trasferimento a Pozzolo, sarà richiesta la cigs per un periodo di due anni a partire dal 1 settembre.

“Entro il termine di validità della cigs – prosegue l’accordo -, l’azienda si impegna ad offrire a tutti i dipendenti eventualmente ancora in forza la ricollocazione presso altri stabilimenti del gruppo, in funzione delle esigenze tecnico produttive e a partire dagli stabilimenti più vicini all’area di residenza”. E proprio sull’espressione “in funzione delle esigenze tecnico produttive” si sofferma Mirco Rota, segretario della Fiom Lombardia: “Significa che, in mancanza delle condizioni, il lavoratore sarà costretto al trasferimento a Pozzolo, se non vuole perdere il posto”, spiega il sindacalista, annunciando che la sua sigla non firmerà il documento. Per protestare contro questa intesa, la Fiom ha già fatto uno sciopero di due ore con presidio all’esterno della fabbrica. Il sindacato valuterà se ci sono gli estremi per muoversi a livello legale contro l’accordo. “Questa intesa è frutto del ricatto dell’azienda e non salvaguarda i posti di lavoro”, è l’analisi di Rota. Di segno opposto, invece, il ragionamento di Gianluca Tartaglia della Fim Cisl: “L’accordo accoglie le nostre istanze e contiene le garanzie occupazionali che avevamo chiesto”. Soddisfatto anche il collega Vittorio Sarti della Uilm: “I lavoratori sono contenti di avere trovato finalmente un’intesa”.