I toni sono forti, i più laceranti da quando Renzi è stato eletto segretario e, soprattutto, dal plebiscito delle Europee. Ora, però, “il premier e i suoi – dice il senatore dissidente Massimo Mucchetti, anche lui autosospeso nel nome della libertà di voto e di parola di Corradino Mineo – usano quel risultato come una baionetta”. Anche come qualcosa di più.

Prima il voto sulla responsabilità civile dei magistrati alla Camera, quindi lo psicodramma che si è consumato in commissione Affari Costituzionali del Senato a causa del ministro Maria Elena Boschi, che ha preteso il ritorno al testo base firmato da lei vanificando il lavoro della commissione, “per pura vanità”, dicono i “ribelli”, hanno acceso gli animi di una dissidenza interna mai sopita e, soprattutto, mai gestita. Così, la direzione del Nazareno, prevista per sabato, si preannuncia una conta spietata. E qualcuno già immagina che possa addirittura sfociare in una scissione se, come è più che probabile, Renzi metterà sul piatto un aut aut verso i dissidenti: o state con me, oppure quella è la porta. A corollario dell’ultimatum, Renzi ha già pronta una scenografia choc per sottolineare che il Pd “è a un bivio e io non ho preso il 41% per lasciare il futuro del Paese in mano a Corradino Mineo”: dietro di lui, sul palco, ci sarà un enorme “40,8” come sfondo. Slogan della giornata: “Adesso tocca a noi #Italia riparte“. Quindi, una grande foto, con la folla che sventola le bandiere Pd. Chiunque abbia qualcosa da dire in dissenso, lo dovrà fare sul quel proscenio. Che è, anche,un messaggio preciso: il “brand” che vince sono io, Renzi, non il partito. E chi non si allinea, si mette fuori e decide di restare nella “bad company” che fino ad oggi ha saputo collezionare solo una lunga serie di sconfitte.

Se, solo qualche tempo fa, questi stessi modi e queste stesse parole ed intenzioni fosse state messe in atto da Silvio Berlusconi, sarebbe scoppiato un inferno. Invece, l’aver forzato le regole sostituendo un senatore in commissione solo perché non allineato, ha svelato un volto di Renzi che fino ad ora era stato possibile solo intuire dietro gli slogan e le promesse. Ma nessuno ha gridato più di tanto allo scandalo. “Mi sento in un momento imbarazzante – diceva, invece, sempre al Senato un Vannino Chiti spaesato, anche lui estromesso dalla commissione perché non allineato – non è normale quello che avviene nel partito; il confronto su temi importanti non puo’ avvenire mettendo sotto i piedi l’articolo 67 della Costituzione, non puo’ essere un partito plebiscitario-autoritario, come quando Lotti (sottosegretario all’editoria e braccio destro di Renzi, ndr) parla dei 12 milioni di cittadini, i 12 milioni hanno votato per le Europee. Se si da’ un colpo alla rappresentanza e al ruolo dei gruppi parlamentari e si ritenesse che contano solo da una parte le primarie, dall’altra una sorta di centralismo autoritario, allora il rischio lo vedo”.

Rischio autoritario. Di questo i dissidenti Pd, saliti ufficialmente a 14, accusano Renzi. Felice Casson si è spinto a definire “un metodo militare” quello messo in atto dal premier per ottenere obbedienza e forzare le regole sul vincolo di mandato parlamentare, ma il risultato è ora un boomerang difficile da gestire. La tensione è alle stelle nel Pd, i civatiani sono sul piede di guerra, così come i Giovani Turchi e anche alcuni lettiani. Le seggiole e le poltrone che dovevano essere distribuite proprio durante la direzione, per consentire un riequilibrio interno tra correnti e calmierare gli animi più accesi, ora sono diventate di secondaria importanza; c’è Renzi, con i suoi, contro il resto del partito. Che lui vuole “asfaltare”, perchè “non si può perdere l’occasione di fare le riforme e di concludere la legislatura solo perchè “qualcuno ha preso il partito per un taxi”.

In realtà, Renzi non sarebbe mai arrivato a questo punto di rottura con la dissidenza interna. A commettere errori tattici, anche a livello di comunicazione, sono stati i suoi due più stretti collaboratori, Maria Elena Boschi e Luca Lotti. La prima, come si diceva, ha preteso, dopo settimane di lavoro sulla riforma del Senato, di azzerare tutti i passi di mediazione che erano stati fatti per ritornare al testo da lei prodotto e firmato. Il secondo perché, in piena tempesta a palazzo Madama, se n’è uscito con una frase infelice; “13 senatori non possono permettersi di mettere in discussione il volere di 12 milioni di elettori e non possono bloccare le riforme che hanno chiesto gli italiani”. Un azzardo mediatico e politico piuttosto grossolano, che sempre Felice Casson ha bollato in modo netto: “E’ una forma di ottusità”.

Finora Matteo Renzi aveva gestito con prudenza il risultato delle europee, ma ora non vuole rischiare di presentarsi al tavolo con Forza Italia con un Pd paralizzato dalle divisioni interne. Il ruolo di mediatore, in queste ore, è affidato a Luigi Zanda, ma molti nel Pd pensano che dopo la direzione di sabato, Mineo e gli altri saranno messi nelle condizioni di andarsene. Anche Casson, si dice, vorrebbe lasciare, ma ieri un senatore faceva notare con malizia: “Difficile che esca ora che può aspirare a correre come sindaco di Venezia…”. Renzi, comunque, ha bisogno di un Pd compatto per presentarsi nelle migliori condizioni all’incontro con Berlusconi, anche perché in casa democratica, sottotraccia, da settimane si lavora per provare a gettare un amo ai fuoriusciti M5s e più d’uno dà per scontato che gli ex grillini formino un proprio gruppo parlamentare al Senato, capace di costituire un’ulteriore stampella per i democratici sul piano delle riforme. Per questo, meglio far fuori subito i dissidenti: “Sono solo 14 – commentava ieri al Senato una renziana di ferro – pensavamo fossero di più, quasi 25. Se se ne vanno solo loro, non mi azzarderei a parlare di scissione…”.