“La soia non è un fagiolo, né una leguminosa. La soia è di più: è un modello. Un modello pericoloso”. Quello che potrebbe sembrare solo una provocazione di alcuni intellettuali sudamericani è invece una realtà sulla quale riflettere soprattutto oggi che la soia transgenica è diventata in quella parte del mondo, il nuovo oro, che  promette di salvare le economie sottosviluppate.

Non è un caso che in Argentina (uscita dalla grave crisi del 2001 anche grazie alla produzione di soia) chi fa affari si preoccupi ogni giorno di sapere qual è la quotazione della soia in Borsa. Perché è un modello pericoloso la soia?! E’ presto detto. “Il problema di questi modelli – spiega Pino Solanas, regista argentino, sempre attivo nella difesa dell’ambiente e leader del Proyecto Sur, partito del centro sinistra, – è che quando si impongono, quello che determina il valore del loro successo sono i guadagni che sono in grado di far ottenere nel  minor tempo possibile, e non ha importanza se danneggiano qualcuno”. Le multinazionali, sempre molto attente ai guadagni, lo sanno ed hanno disegnato con questo modello una nuova Repubblica in America latina: la Repubblica della Soia transgenica, che comprende Argentina, Paraguay, est della Bolivia e Brasile.

A differenza di quanto capita ad esempio per la costruzione di un ponte, a nessuno è venuto in mente di fare uno studio di impatto ambientale di questo tipo di modello. Ma gli effetti della soia transgenica ci sono e si vedono. Lo sanno bene le popolazioni del Sud America particolarmente castigate da sempre da ogni genere di sperimentazione di “modelli” economici. E così si assiste non solo alla deforestazione della Amazzonia per far posto alla semina della leguminosa, ma anche all’impatto sociale che questa ha su lavoro e salute. Una sola persona ora in Argentina può controllare la produzione di 300 ettari di terreno coltivati a soia, quando alcuni anni fa erano necessarie decine di famiglie. Ora le stesse famiglie hanno dovuto emigrare verso la disperazione della città. Lo hanno fatto innanzitutto perché non hanno più lavoro e in molti casi  per far curare i bambini, da quello che chiamano “el mal del avion” (il mal d’aereo).

Tra i primi a denunciare i danni ambientali e sociali della soia transgenica nella fertile Argentina è stato il drammaturgo e regista argentino Carlos Maria Alsina, che racconta come sia stato ispirato a scrivere uno dei suoi lavori teatrali dal titolo “La  seconda  cronaca della formica argentina o con la soia al collo” dopo aver ascoltato alla radio una madre disperata che diceva di essersi trasferita dalla campagna alla città per far curare il suo bambino idrocefalico che aveva il male dell’aereo. Cosa succedeva? Semplice l’aereo passava sopra le coltivazioni di soia per disinfettarle con il diserbante venduto dalla Monsanto ossia con il glifosato, un componente del temibile gas arancio usato in Vietnam. Dopo la sconfitta in Vietnam ai nordamericani erano rimasti 30 milioni di litri del veleno, che furono venduti ai grandi proprietari terrieri del Brasile, della Colombia e del Venezuela per essere utilizzati nella deforestazione. Dal momento che è materiale altamente tossico le imprese americane ed europee, anche dopo l’incidente di Seveso, decisero di trasferire le loro fabbriche nel Messico, in Brasile, in Indonesia ed in Argentina. Investimenti!! Investimenti!! Il Terzo Mondo li chiede urlando. “In Argentina c’è la fertile pampa, c’è tantissima terra che cosa importa  – dice un personaggio del testo teatrale  di Alsina- se dal cielo cade  qualche  goccia, non siamo esagerati. Il paese deve esportare, esportare!!!!”

La soia riproduce nell’agricoltura i principi di estrazione che storicamente caratterizzavano lo sfruttamento minerario. La innovazione tecnologica spiega il passaggio della soia da vegetale a minerale. Il pacchetto tecnologico della soia transgenica della Monsanto con i semi appropriati, che non producono altri semi ed  il veleno, trasforma la coltivazione in una specie di metallo che semplicemente bisogna estrarre dalla terra. Gli ecologisti come Jorge Morello spiegano che una materia rinnovabile per eccellenza come la terra dove si coltiva, si può trasformare in una non rinnovabile come il petrolio, quando la si sfrutta in modo minerario, come con la soia transgenica appunto, colpevole fra l’altro di desertificare la terra dove viene coltivata. Motivo per il quale la Cina non vuole più piantarla.