Ormai tutti sanno pressappoco cos’è la “grande opera” bipartisan da 5/6 miliardi (da 2 di preventivo) nota come Mose. Dovrebbe salvare Venezia dall’acqua alta. Beh, non sembra sia così: chi scrive si è trovato a fare una analisi costi benefici di alcuni impatti rilevanti dell’opera, e i risultati mostrano un quadro tecnico diverso (oltre ad essere negativi, ed infatti l’analisi è finita subito in un cestino).

Il Mose è inutile per maree ridotte: non entra nemmeno in azione, e queste non fanno danni. Ma pare che sia è inutile anche per maree estreme, che accadono raramente, ma danni ne fanno molti. Quando convergono piogge che gonfiano gli affluenti, maree lunari, e forti venti da sud semplicemente sembra che non ce la facciano.

Ma forse è giusto non dimensionare opere su eventi molto rari.

Il problema è che i fenomeni di “acqua alta” normali, abbastanza frequenti, da molti anni hanno trovato risposte spontanee da parte dei cittadini, che hanno attrezzato i piani terreni, vi hanno tolto alcune attività, hanno rialzato ed impermeabilizzato in modo permanente i pavimenti ecc. L’analisi dimostrava che conveniva molto migliorare le difese locali di questo tipo con una serie di interventi minori, data la limitatezza e la temporaneità dei danni, che non spendere quelle enormi somme di denaro pubblico in un’opera di incerta utilità.

Ma la cosa preoccupante per il recente scandalo veneziano e veneto non è secondo la faccenda delle mazzette, del tutto analoga a quella dell’Expo milanese: è il coro ancora bipartisan che si è sentito. “Questi deplorevoli episodi non devono arrestare le grandi opere, perbacco!”. Il sindaco Pisapia ha persino dichiarato che ci vuole uno “scatto d’orgoglio”… forse prima ci vuole uno “scatto di vergogna”, chissà. Gli altri del coro sono Fassino, la Serracchiani, e il ministro Lupi.

E’ un atteggiamento davvero curioso: secondo il compianto ministro (democristiano) Andreatta, le grandi opere si progettano spesso e si promuovono poi proprio a fini tangentizi (ci fu una celebre intervista a Repubblica, presto “dimenticata”). Poi oggi le tangenti notoriamente non assumono la forma volgare di “buste”: i tempi cambiano, si tratta di triangolazioni più complesse. La più ovvia sono gli appalti dati, anche regolarmente, a società amiche (cooperative emiliane, Compagnia delle Opere di Cl ecc.). Il settore delle opere pubbliche non è, come dicono gli economisti, “foot loose”, cioè come una qualsiasi fornitura di mobili ecc.. E’ molto raro che possa vincere una società straniera (non solo in Italia), e basta al limite aggiustare un po’ il bando che il gioco è fatto, senza andare in galera.

Da ultimo, queste grandi opere, oggetto del coro, sono in genere prive di valutazioni comparative che rendano trasparente la scelta, o, nei rari casi in cui le valutazioni sono fatte, si “chiede all’oste se il vino è buono”, cioè si fanno fare ai promotori delle opere stesse. Meglio non correre rischi, no? E davvero molte sono di dubbia o nulla utilità rispetto ai costi, non certo solo la Tav, anzi.

Di questo si parlerà domani, 6 Giugno, in un convegno al Politecnico di Milano, nella speranza di mettere qualche limite, almeno da parte del mondo scientifico, a questi cori, di cui si vorrebbe vedere la fine. L’immagine del paese tra l’altro, soffre molto di più da queste vicende, che dall’eventuale non realizzazione di opere diventate oggi così celebri, ma non esattamente per la loro funzionalità. E se ne avvantaggerebbero ovviamente anche le stremate casse pubbliche.