Non essendo stati invitati a seguire i colleghi del G7 che dopo la riunione straordinaria di Bruxelles (senza Putin) si ritroveranno (assieme a Putin) in Normandia per celebrare il 70esimo anniversario dello storico e vittorioso “sbarco”, Matteo Renzi e il premier del Giappone Shinzo Abe la sera del 5 giugno avranno un breve incontro bilaterale a Roma, seguito da una cena di lavoro. Non è certo una visita ufficiale: Abe è in Italia “in transito”, in vista dell’incontro, questo sì ufficiale, con Papa Francesco in Vaticano. Mentre Renzi, sabato, volerà in Cina, nel tentativo di colmare, ma non sarà facile, l’enorme ritardo con cui l’Italia “ritorna” a Pechino.

Non so quanto Renzi conosca il Giappone e quanto gli interessi approfondire eventuali lacune. Tra i due giganti asiatici, punterei decisamente sulla Cina, paese che sa da dove viene e soprattutto dove sta andando, a differenza del Giappone che dopo aver inutilmente cercato di ritagliarsi un ruolo internazionale adeguato alla sua potenza economica sembra ora fermo, incapace di uscire dall’orbita Usa ma allo stesso tempo troppo inviso ai vicini asiatici per diventare un protagonista del continente più vivace del pianeta.

Peccato che la visita sia breve, perché per una volta l’Italia, che i giapponesi, più che un partner affidabile considerano un Paese di cialtroni voltagabbana, una meta turistica piena di insidie, ha in questo momento forse qualcosa da insegnare, piuttosto che imparare. Non solo: c’è anche da sperare che Renzi e i suoi più stretti collaboratori non si facciano troppo influenzare, nell’imminenza del ben più importante viaggio in Cina, dalle ossessioni del leader giapponese contro il presunto “nazismo” cinese ed il pericolo che possa provocare un nuovo, devastante conflitto mondiale. Basta seguire le vicende asiatiche per capire che a rappresentare un serio pericolo politico, in Asia, non è certo la Cina, che continua a viaggiare col vento in poppa nonostante l’intero pianeta gli stia oramai gufando contro, bensì il neonazionalismo a volte un po’ piagnone, a volte decisamente arrogante di Abe e dei suoi più stretti consiglieri.

Anche se figli e nipoti non debbono pagare per le colpe dei loro antenati, è bene ricordarci – perché è lui stesso che ci tiene a ricordarcelo con le sue continue provocazioni e le sue dichiarazione “qui lo dico e qui lo nego” – che Shinzo Abe è nipote di Nobusuke Kishi, uno dei criminali di guerra di “serie A”, come li chiamavano gli alleati subito dopo la fine della guerra, quando li arrestarono e catalogarono per poi processarli. Kishi, assieme a molti altri, fu in seguito graziato e riuscì addirittura a farsi rieleggere prima come deputato e poi come primo ministro. Ma questo è un discorso lungo, che Renzi non ha certo tempo di approfondire. L’importante è che non si faccia impietosire dal soft-fascismo vittimista di Abe: a massacrare centinaia di migliaia di cinesi, durante la guerra, sono stati i giapponesi, come sono stati i giapponesi a rastrellare per anni migliaia di donne coreane, costringendole a “ristorare” le truppe di Sua Maestà al fronte. Per carità, tutti compiono nefandezze, in guerra. Ma poi ci si scusa, ci si pente, cercando di convincere le vittime. I tedeschi l’hanno fatto, noi così così, il Giappone no.

Una delle commissioni speciali istituite dal governo di Abe, pensate un po’, ha il compito di “rivedere” la cosiddetta “dichiarazione Kono”. Una dichiarazione che prende il nome da un ex Ministro degli Esteri del suo stesso partito (quando, come la Dc in Italia, esprimeva varie e a volte antagoniste correnti) e che rappresenta, ad oggi, il tentativo più onesto di chiedere scusa alla Corea e ammettere i crimini commessi non solo durante la guerra, ma anche durate la lunga occupazione della penisola coreana, una delle più cruente e crudeli della storia. Ebbene, anziché occuparsi di emergenze molto simili alle nostre, sia economiche che sociali, cercando di far seguire alle roboanti promesse dell’Abenomics i fatti, Abe insiste nel solleticare il mai sopito, ma per fortuna poco condiviso a livello popolare, neonazionalismo revanchista. Intanto, visto che siamo in tema, Renzi dovrebbe ricordare una volta per tutte ad Abe che l’Italia non è un paese di traditori voltagabbana, spiegargli il ruolo della Resistenza e fargli capire che il fascismo, prima dell’arrivo degli americani, è stato spazzato via dagli italiani.

In Giappone siamo in piena fase di revisione dei testi scolastici: ottima occasione per ricordare ai giovani giapponesi che da una dittatura si può uscire anche salendo in montagna ed imbracciando i fucili, che gli “ordini”, qualsiasi essi siano e da ovunque provengano possono e debbono essere messi in discussione e che combattere a testa bassa fino all’ultimo non è necessariamente segno di eroismo, può anche essere semplice, quanto dannosa, cocciutaggine. Attenzione però a non insistere troppo: c’è comunque il rischio che i consiglieri di Abe (non lui, dubito che lo sappia) rispondano invitando Renzi ed il nostro Ministero dell’Istruzione a far ricordare, nei nostri sussidiari, i crimini di guerra commessi dalle nostre “eroiche” truppe in Libia ed Etiopia.

Nei libri di storia su cui studiano i nostri figli, che io sappia, non c’è scritto da nessuna parte che siamo stati noi italiani ad usare per primi l’iprite ed altre schifezze chimiche sulla popolazione civile. Né si menzionano le ignobili “bravate”, le crudeli rappresaglie africane compiute dai Badoglio e dai Graziani, regolarmente commendati dal Duce. Così come l’imperatore Hirohito, unico leader dell’Asse ad esser morto nel proprio letto in odore di santità, si complimentava con l’ufficiale medico Shiro Ishi, responsabile della famigrata “unità 731”. Un laboratorio segreto situato nell’allora stato fantoccio della Manciuria (Nordest della Cina) dove un gruppo di “studiosi” si divertiva ad inoculare virus e batteri vari nel corpo dei prigionieri di guerra (soprattutto cinesi), tanto per vedere l’effetto che faceva. Il bello è che a guerra finita la preziosa documentazione medica finì nelle mani delle truppe Usa di occupazione, pare grazie alla mediazione del già citato nonno di Abe. Per carità, lui non c’entra. Ma un po’ più di pudore nel citare l’eroismo delle truppe imperiali, auspicando un’attenta e più veritiera ricostruzione storica di quel periodo (parole sue) potrebbe averlo.

Anche sul fronte economico, per tornare al presente e al settore dove il Giappone ci aveva abituato a strabilianti performance, non è che Abe stia trionfando. Nonostante le grandi aspettative suscitate dalla sua dottrina (ricordate? L’Abenomics, che tutti citavano e volevano copiare) il Paese non sembra essere riuscito a “ripartire”. Come sosteneva il ripetutamente citato (spesso a sproposito) Keynes, non basta aumentare la massa monetaria per stimolare l’economia (attraverso i consumi) se contestualmente non si aumentano i salari e non si aumenta il gettito fiscale tassando i patrimoni e le rendite finanziarie. Tant’è che l’Italia, per lunghi anni pecora nera del mondo industrializzato quanto a tasso di inflazione sta ora rischiando la deflazione, mentre il Giappone, dopo l’ultimo, tutto sommato modesto, ritocco all’Iva, viaggia ora al 3,2%.

C’è da chiedersi come e dove finirebbe il Giappone – che già detiene il debito pubblico più alto del G20 (220%, contro il nostro 132%) – se l’Iva fosse fissata, anziché all’attuale 8%, oltre il 20%. Intanto, dopo l’impennata dello scorso marzo, prima che entrasse in vigore l’ultimo aumento, i consumi sono crollati. Segno che i giapponesi non sono poi così contenti che i prezzi salgano, così come gli italiani non sono poi così addolorati che i prezzi non salgano. Aumentare la massa monetaria in circolazione, come ha fatto il Giappone negli ultimi mesi, favorisce solo i (pochi) ricchi, perché l’aumento della liquidità “gonfia” il valore degli assets (immobili, terreni). Per chi ce li ha. Chi non ce li ha – ed in Giappone solo il 52% della popolazione vive in casa di proprietà contro il 64% in Italia – incassa solo l’aspetto negativo dell’inflazione: l’aumento dei prezzi. Fossi in Renzi farei trovare un bel dossier, tradotto in giapponese, sulla vicenda degli 80 euro. Ma anche no: ai giapponesi la cosa rischierebbe di piacere molto e potrebbe aumentare la popolarità di Shinzo Abe. E francamente non se lo merita.