È la prima volta in assoluto. Un risultato storico per la Sardegna che ha appena eletto (a gran sorpresa) ben tre parlamentari europei: due politici di lungo corso e una new entry. Si tratta di Renato Soru (Pd), ex presidente della Regione Sardegna e noto patron di Tiscali che ha fatto il pieno di preferenze, con un record a livello nazionale: più di 182.753 voti, di cui 40mila circa raccolti in Sicilia. C’è Salvatore Cicu, avvocato e parlamentare di Forza Italia, che nonostante la percentuale bassa raccolta dal partito (il 16,4 %) riesce con 51mila voti ad andare a Strasburgo. E Giulia Moi, Movimento 5 Stelle, che nell’Isola nonostante l’assenza alle ultime regionali ha totalizzato il 30,51 per cento, percentuale addirittura superiore a quella delle politiche del 2012. Un distacco di circa dieci punti percentuali rispetto al dato nazionale del 21, 16 per cento.

“Personalmente sono felice, è un voto, questo, che mi riconcilia con gli elettori sardi – così commenta Renato Soru quando in tarda mattinata la sua vittoria è già certa da ore – Con queste elezioni si riapre un rapporto politico e affettivo che sembrava concluso nel 2009“. Il riferimento va alla sconfitta subita dall’ex governatore Ugo Cappellacci, quando era a caccia del bis a guida della Regione. Per quanto riguarda il lavoro nel Parlamento europeo, Soru si è detto convinto che i problemi della Sardegna debbano essere risolti «collaborando con le altre regioni» e non «guardando solo il giardino di casa». Un invito rivolto anche agli altri due neo europarlamentari.

L’elezione dei tre è un fatto considerato clamoroso anche perché l’accorpamento con la popolosa Sicilia (un milione e mezzo di abitanti contro 5 milioni) è sempre stato considerato svantaggioso per la Sardegna. E infatti negli ultimi anni l’Isola era riuscita ad avere un rappresentante europeo solo grazie alle rinunce dei cugini isolani, una delle ultime successioni quella tra Rosario Crocetta (diventato governatore) e Francesca Barracciu.

Bisogna tornare indietro al 1989 per avere un politico sardo non veniva eletto direttamente, venticinque anni fa l’impresa era riuscita a Mario Melis (Psd’Az). Poi nel 1994 ci riuscì anche Mario Segni, con il Patto Segni, ma era candidato anche in altre circoscrizioni, oltre a quella Insulare. La sua avventura europea durò meno di un anno, nel 1995 arrivarono le sue dimissioni.

Da qui lo scoraggiamento e il proliferare di comitati e movimenti che incitavano al non voto per protestare contro una legge elettorale definita “truffa”. Prima ancora dei ricorsi erano stati presentati due emendamenti al ddl sulla legge elettorale europea (uno dal Centro democratico, uno dal M5S) per tentare un riequilibrio demografico o addirittura la strada del collegio unico. Ma erano stati stralciati alla Camera. A ridosso dell’appuntamento con le urne le iniziative si sono moltiplicate: un ricorso alla Corte europea da parte dei Riformatori sardi, e un altro presentato dall’Associazione dei diritti per le minoranze linguistiche su cui deciderà la Corte costituzionale, ormai a giochi fatti.

Tra disaffezione e disillusione agli lettori sardi va ancora una volta il record negativo nazionale di partecipazione al voto, ossia l’affluenza più bassa: hanno votato infatti 590.281 elettori su 1.405.111, il 42 per cento. Meglio comunque che alle scorse consultazione europee: l’affluenza nel 2009, con due giorni di voto, si era fermata al 40,93. Anche per questo ci sarà un po’ più di Sardegna in Europa.