Adesso comincerà il classico schema da giorno post-elettorale, con i commenti che si dividono in due categorie: i politici (“se guardiamo bene i numeri non è andata così male”) e gli opinionisti (“l’avevo detto, certo non si poteva immaginare che…”).

Unico punto fermo: abbiamo sottovalutato Matteo Renzi. O meglio, abbiamo sottovalutato la sua egemonia sulla politica italiana e sugli elettori. Come lo stesso premier ha ribadito più volte, un po’ scherzando un po’ no, a lui non c’è alternativa. Nel bipolarismo sistema/anti-sisema che ha sostituito quello destra-sinistra, gli italiani hanno scelto il sistema.

L’alternativa, cioè il Movimento Cinque Stelle, non è stata considerata credibile.

E non regge l’analisi consolatoria che si fa dalle parti del M5S: “è pur sempre il secondo partito, la fiammata delle politiche si è consolidata, è comunque un miracolo…”. I partiti sono come le aziende: quando smettono di crescere è il segno che è iniziata la crisi. Beppe Grillo che non promette di aprire qualcosa con un apriscatole, che non ventila epurazioni, che non può più dire “li manderemo a casa tutti”, ma al massimo soltanto “loro resteranno lì dove sono ma ci saremo anche noi” perde gran parte del suo fascino.

E se guardiamo l’unico dato davvero omogeneo tra un’elezione e l’altra, cioè i  risultati assoluti, non le percentuali, si vede che il M5s crolla mentre il Pd riconquista un’impressionante massa di voti. Alle Politiche 2013 Grillo alla Camera aveva ottenuto 8,7 milioni di voti, alle europee scende a 5,8. Un crollo simile lo aveva subito soltanto Silvio Berlusconi alle politiche del 2013 rispetto al 2008. Ed è sorprendente perché – come si è visto in Francia con il successo del Front National – le Europee sono l’occasione ideale per un voto di protesta privo di conseguente. La protesta c’è stata, ma contro Grillo, invece che contro Renzi.

Il Partito democratico passa dagli 8,6 milioni di voti delle Politiche a 11,2 milioni delle Europee. A vedere i numeri – che però non bastano a spiegare i flussi – sembra  che Renzi abbia intercettato un po’ di voti in fuga da Forza Italia (il crollo è evidente, si ferma a 4,6 milioni, e anche sommando il milione di Ncd resta lontana dai 7,3 milioni del Pdl), ma sicuramente anche molti voti del M5s.

Beppe Grillo è quindi il grande sconfitto di questo voto. L’unico, per la verità. Perché tutto sommato perfino Berlusconi può esultare, i suoi 4,6 milioni restano comunque un miracolo, viste le condizioni in cui è ridotto lui e il suo partito. L’impalpabile Ncd di Angelino Alfano ha ottenuto 1,2 milioni che grazie alla bassa affluenza diventano un dignitoso 4,38 per cento.

E allora perché tutti hanno sottovalutato così clamorosamente il risultato di Renzi?

Nessuno aveva previsto il 40 per cento. Io credo che sia perché continuavamo a pensare che chi vota Renzi vota Pd. Non è così: il premier ha fatto una campagna elettorale contro il suo partito, ha oscurato tutti i leader (che lo hanno lasciato solo sperando si schiantasse), anche nei manifesti ha presentato la sua squadra di ministri e capilista donne, mai lo stato maggiore democratico. Ricordate un’intervista, un comizio o una comparsata televisiva di Massimo D’Alema, di Pier Luigi Bersani o di Walter Veltroni?

Ha usato la campagna per le Europee per completare la rottamazione, non per iniziare la ricostruzione. Per questo è riuscito a sedurre tanti grillini, recuperando gli elettori democratici provati dalle miserabili vicende interne di un partito che sembrava avere un’insuperabile vocazione alla sconfitta.

L’Europa non cambierà verso grazie a Renzi, l’Italia sta opponendo le sue resistenze, ma il Partito democratico da oggi di sicuro non è più lo stesso. E neppure il Movimento Cinque Stelle.