Non ci sono rovine. Sarà più difficile ricostruire. Cammini per via Garibaldi, piazza De Ferrari e ti viene da cercarli: calcinacci, edifici crollati. Invece i palazzi del potere sono integri. La Genova di pietra è intatta. Sono crollati gli uomini, l’idea di città.

Questa è la terra che nel ‘70 aveva il record di risparmi individuali. Che rivaleggiava per Pil con Torino e Milano. Qui c’erano cantieri, banche, industrie hi-tech. Grandi ospedali, teatri. Genova e Liguria avevano tutto. Oggi invece dominano altre classifiche: disoccupazione all’8,6 per cento, ma con punte oltre il 20 per giovani e cinquantenni, una lista infinita di imprese che chiudono. Per tacere di corruzione e ‘ndrangheta. È la dichiarazione di fallimento della classe dirigente che governa da decenni: Claudio Burlando, Claudio Scajola a Ponente, Luigi Grillo a Levante sono al potere dalla caduta del Muro di Berlino. Come Giovanni Berneschi, grande capo Carige.

Ora crolla tutto: in manette Scajola e Grillo. Poi Berneschi. Ma la lista degli scandali prosegue: la Lega di Francesco Belsito, l’Idv dipietrista, l’Udc. L’inchiesta sui rimborsi per quasi mezzo consiglio regionale. Ma se leggi l’intervista di ieri di Burlando all’Unità, capisci: “Bisogna estirpare malaffare e consociativismo”, dice il governatore, come se non si fosse accorto che il partito si sta sfaldando e alle elezioni 2013 – dopo 70 anni di potere – è stato superato di 4 punti dal M5S. Ma soprattutto meraviglia che Burlando pensi di essere creduto: lui che del consociativismo ha fatto la bandiera, che ha creato – prima di Letta – una maggioranza da Casini alla sinistra. Mentre il Pdl rinunciava all’opposizione. Lo chiamano il “patto dei due Claudi”. Scajola e Burlando.

Il ritratto era l’associazione politica di Burlando dove trovavi camalli e imprenditori di destra, sindacati e padroni. Dirigenti di Asl e società pubbliche nominati dalla Regione. Tutti.

Eccolo, il male della Liguria: tiri un filo (finanza, impresa, politica, curia, cultura, università, sanità, informazione) e vengono su tutti gli altri. Prendete la Carige. Burlando oggi punta il dito su Scajola. Lui che offrì al Cardinale il posto che spettava alla Regione: Dio e Mammona, a Genova si può. Certo, gli Scajola avevano occupato la banca: fratelli, consuoceri, erano dappertutto. Ma gli Scajola li trovate nelle Camere di Commercio, nelle autostrade, nel consiglio regionale. E Luigi Grillo? Era intoccabile, pesava in tutte le banche liguri, dalla Cassa di Risparmio di La Spezia alla Carige, passando per la Popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani proprietaria del Banco di Chiavari. Una potenza, soprattutto negli anni dei Furbetti del Quartierino, perché Grillo era amico di Antonio Fazio e Bankitalia.

Chi può scagliare la prima pietra? Non la Curia, e suonano vuote le parole del cardinal Bagnasco: “Sono fatti che ci rattristano moltissimo”. Ma servirebbe chiarezza sull’operazione che portò lo Ior a comprare 100 milioni di bond Carige per poi rivenderli; e sulla presenza per anni di uomini di Curia e Opus Dei ai vertici Carige. Chiarezza sui 90 mila euro Carige per comprare paramenti ad alti prelati. Chiarezza sulla prodigiosa parabola del protegé dei cardinali genovesi: Marco Simeon da Imperia che, appena laureato, amministrava lo sterminato patrimonio immobiliare della Curia. Poi dritto alla Carige. Quindi “ambasciatore” di Cesare Geronzi in Vaticano. Infine alla Rai.

Nessuno poteva alzare il sopracciglio. Non il centrosinistra che nella banca ha paracadutato politici trombati; e che caldeggiava un’operazione singolare: era il 2010 quando Monte dei Paschi, banca rossa già in affanno, rifilò a Carige – che già annaspava – 22 sportelli per ben 130 milioni. Così come si tace che Berneschi era numero due dell’Abi, Associazione Bancaria Italiana, con Giuseppe Mussari. Amico del Pd.

Ci sarebbe voluta una magistratura attenta. Non c’è stata, finora. E adesso capiamo perché, con Berneschi e soci che vantano entrature con vice-procuratori, carabinieri e servizi. Qualcuno ci aveva provato, nel 2002, ma l’indagine del Gico fu archiviata dal capo dei Gip, Roberto Fucigna. Quello che aveva una squadra di volley sponsorizzata da Carige. Ma nell’elenco delle sponsorizzazioni trovi anche dei finanzieri soci di Carige e amici di Massimo D’Alema e Burlando. Quelli per cui lo stesso gip dichiarò la prescrizione in un processo milionario. Gli stessi che vantavano legami con gli allora vertici di Procura e Corte d’Appello.

Ecco la chiave di tutto: la Liguria diventata terra di nessuno (o di tutti) dove fare affari contando sul reciproco silenzio. Riservatezza trasformata in omertà. Cavallo di troia è stato il cemento: il porto di Imperia finito in un processo colossale, con un danno di 80 milioni per le casse pubbliche. Porto di Scajola, benedetto da Burlando. E poi contestate operazioni immobiliari realizzate da imprenditori come Andrea Nucera (finanziato dal gruppo Carige e oggi latitante) e progettate da Vittorio Grattarola, ex assessore di Burlando. C’è anche il megaporticciolo della Marinella che sarà realizzato dal Monte dei Paschi e che nel cda vedeva l’ex cassiere di Burlando. Tutti, ci sono tutti. Ben oltre il consociativismo. E il cemento, le operazioni di bonifica e movimento terra sono state manna per la ‘ndrangheta.

Ma adesso? Che tutto cambi perché nulla cambi. A Imperia è arrivato il centrosinistra, sostenuto dall’ex sindaco scajoliano Paolo Strescino. A Genova c’è Marco Doria, che se sta fuori da questi giri pare non metterli in discussione: “Questa storia della cupola di potere genovese a me pare molto giornalistica”. Intanto il Pd gli ha messo come cane da guardia un suo funzionario doc: Stefano Bernini. Vice-sindaco con delega all’Urbanistica, sostiene a spada tratta mega operazioni immobiliari come gli Erzelli realizzate anche dalle Coop e finanziate da Carige. È di ieri la notizia: il presidente di una società pubblica accusa il suo direttore tecnico di aver mostrato progetti riservati della Fiera alle Coop. E il direttore si difende: “Ordine di Bernini (non indagato)”. Il vice-sindaco replica: “Un equivoco”.

Nel 2015 si vota per la Regione. Finisce l’era Burlando? Candidati Pd in pectore sono tre suoi fedeli assessori, politici a vita. Raffaella Paita è la preferita. Suo marito, Luigi Merlo, anche lui ex assessore di Burlando, ora è presidente del Porto di Genova. I vertici istituzionali in Liguria si faranno a casa.

Da Il Fatto Quotidiano di domenica 25 maggio 2014