Ho avuto modo di assistere qualche sera fa ad un’opera teatrale basata su di un testo del presidente del Senato. Bravi gli attori, ma i contenuti mi sono sembrati un po’ retorici e anche un tantino autocelebrativi: ancora buoni per scolaresche e per un pubblico continentale, ma per chi è abituato ormai da anni al tema, decisamente stanchevoli e lontani, per esempio, dalla freschezza e originalità della recente opera prima di Pif. Si respira sempre più a Palermo una certa insofferenza verso riti e celebrazioni dell’antimafia ufficiale che, in una società permeata da cultura parassitaria, rischia talvolta di sostituire vecchi odiosi parassiti con nuovi e socialmente inutili intoccabili.

Se la lotta civile alla cultura mafiosa è innanzitutto culturale, si sente forse oggi il bisogno di un qualcosa di legato alla grammatica più che alla retorica della lotta alla mafia. La crisi economica che ci attraversa rende peraltro tutti un po’ più insofferenti alle celebrazioni e autocelebrazioni fine a se stesse e fa pretendere risposte anche scomode ed impegnative sul piano culturale e sociale, ma almeno veritiere. Altrimenti non si cambierà mai registro.

Qual è allora un valore meno celebrato e praticato su cui lavorare per minare alla base la cultura mafiosa? C’è un valore opposto, un test sociale infallibile che testimoni l’assenza (o la presenza in limiti accettabili) di cultura parassitaria o mafiosa? Di certo, se c’è un valore opposto alla cultura mafiosa, questo è il merito che si afferma attraverso una sana competizione sociale. Il parassita teme la competizione come il diavolo l’acquasanta: non accetta una leale e spontanea gara sociale basata sull’istruzione, l’impegno personale, il rispetto delle regole. Perfino nello sport è disponibile a truccare il gioco, per scommessa o per favorire un protetto, senza curarsi del “vinca il migliore”: preferisce agire per ottenere il risultato certo con qualunque mezzo, lecito ed illecito.

Agire per promuovere attraverso una sana competizione sociale una cultura libera dalla mafia significa allora, per esempio, non consentire, neanche per ragioni di ordine pubblico, su pressione della piazza, che certi posti di lavoro nel perimetro pubblico siano coperti se non in base a pubblici concorsi. Consentire stabilizzazioni di precari, in assenza di concorsi, fa quindi il gioco della cultura parassitaria che della mafia è l’humus più fecondo, assegnando alla classe politica impropri e discrezionali ruoli di intermediazione nella creazione di posti di lavoro. Una malintesa tolleranza verso la violazione delle più comuni regole della convivenza civile rappresenta un altro modo di favorire una cultura sbagliata: quella che ci deresponsabilizza dalla vigilanza reciproca in nome del farsi ognuno i fatti propri. Una discarica abusiva come un atto di vandalismo hanno bisogno di testimoni che girino lo sguardo per nascere.

Promuovere fattivamente una seria cultura meritocratica e coniugarla assieme alla solidarietà verso chi necessiti veramente di aiuto, resta perciò il vero spread tra le società più civili e quelle che, magari dietro la retorica del “nessuno resti indietro”, tengono basso il livello della sana competizione sociale e invece di rimuovere le disparità di partenza -e non quelle di arrivo- portano immancabilmente alla fuga dei cervelli e all’affermazione sociale dei parassiti.