La questione israelo-palestinese è questione di estrema delicatezza, dalla cui soluzione dipende la pace mondiale. Tale soluzione dipende a sua volta dalla capacità delle parti interessate di accettarsi e rispettarsi a vicenda. Verso due Stati indipendenti, come soluzione transitoria nella direzione di un unico Stato in cui ogni cittadino, israeliano e palestinese, abbia diritto di vivere in condizioni di perfetta parità reciproca.

Tutto il contrario delle attuali politiche dello Stato di Israele, che si basa sull’apartheid e la discriminazione nei confronti dei Palestinesi, come già il Sudafrica nei confronti dei neri, ed attua l’aggressione costante nei confronti dei territori occupati, di Gaza e degli Stati circostanti. La doverosa critica nei confronti di Israele e l’appoggio nei confronti delle giuste istanze dei Palestinesi costituiscono oggi un passaggio obbligato per chiunque voglia effettivamente una giusta pace in Medio Oriente. Che deve vedere, ripeto, una convivenza fra popoli diversi e la lotta contro ogni integralismo, razzismo e terrorismo, di Stato o meno.

L’avvenire della pace è quindi legato all’emergere e all’affermarsi, all’interno dello Stato di Israele e della comunità ebraica internazionale, di posizioni già esistenti, ma ancora minoritarie, che comprendano come l’unica garanzia di sicurezza valida per tutti è una pace giusta.

Il riconoscimento della Shoah da parte di Abu Mazen costituisce in quest’ottica un passaggio importante. L’Olocausto è stato un crimine consumato da europei sul suolo europeo. Ma è importante che venga riconosciuto a livello universale e che vengano sconfitti e penalizzati i tentativi dei negazionisti di ridurne la portata, anche quando si ammantano in modo strumentale del principio di libertà di ricerca scientifica.

Le persecuzioni subite non autorizzano tuttavia nessuno a compiere atti illegittimi ai sensi del diritto internazionale. Muoversi per la pace significa oggi esercitare la necessaria critica e in qualche caso condanna delle posizioni, scelte ed attività dell’attuale dirigenza politica israeliana.

Non pretendo certo che tutti condividano le opinioni che ho appena enunciato. Ma il diritto di dissentire ed esprimere opinioni diverse non comporta certo quello di aggredire fisicamente chi porta una kefiah o agita una bandiera palestinese. Cosa purtroppo avvenuta il 25 aprile a Roma durante la manifestazione commemorativa della Resistenza. Quando il servizio d’ordine organizzato di un settore della comunità ebraica si è arrogato  il potere di decidere chi poteva manifestare e chi no, sanzionando in qualche caso questi ultimi con una breve ma intensa razione di cazzotti. Questa è la realtà dei fatti nonostante la versione di comodo diffusa da alcuni esponenti della Comunità ebraica e ripresa dai media. Parlando con alcuni esponenti del servizio d’ordine, la motivazione da essi addotta era che la Palestina non c’entra niente con la Resistenza e che il Gran Muftì di Gerusalemme era all’epoca d’accordo con i nazisti. Secondo tale logica, il popolo italiano sarebbe condannato a scontare per l’eternità i crimini di Mussolini.

Quello avvenuto il 25 aprile alla manifestazione di Roma è un brutto episodio che non deve più ripetersi. La brigata ebraica è stata una componente importante e gloriosa della Resistenza e va rispettata. Ma le bandiere palestinesi e le kefiah sono oramai da tempo entrate nel bagaglio culturale e politico dell’antifascismo e della sinistra italiana. Perché il popolo italiano vuole la pace ed è portato a simpatizzare per le vittime dell’oppressione. E ad ogni modo va garantito il diritto di espressione pacifica delle proprie idee affermato dall’art. 21 della Costituzione.

I giovani e meno giovani che fanno capo al servizio d’ordine suddetto hanno tutta la mia simpatia ed appoggio militante quando si muovono contro i neonazisti, com’è avvenuto qualche volta molti anni fa. Quanto avvenuto il 25 aprile in piazza a Roma è invece deprecabile. Non è ammissibile procedere ad atti di violenza  nei confronti di chi manifesta pacificamente a favore della Palestina, come è già avvenuto in varie occasioni, provocando in alcuni casi lesioni gravi. Episodi su cui la Procura di Roma dovrebbe indagare a fondo.