Alla fine Salvatore Mancuso classe 1949 e siciliano d.o.c è stato nominato nel consiglio di amministrazione di Enel. In realtà per quasi 24 ore era stato candidato per il cda di Eni. Poi il Tesoro ha emesso un comunicato stampa per ufficializzare le liste dei futuri vertici delle principali aziende di Stato e a chiudere ha inserito una errata corrige relativa alla nota del governo. “Per un errore materiale – si legge nel testo – i nomi di due consiglieri sono stati collocati nella lista sbagliata: Andrea Gemma nel cda di Enel anziché Eni e Salvatore Mancuso nel cda di Eni anziché Enel”. La correzione arriva dopo una serie di commenti a caldo legati a un’inchiesta giudiziaria – scaturita dal quasi crac della Risanamento di Luigi Zunino – nella quale è stato chiesto il rinvio a giudizio per Mancuso in base ai reati di aggiotaggio e ostacolo alla Consob.

Strana scelta, insomma, visto che giusto due settimane fa gli italiani avevano potuto assistere a un duello mediatico tra Renzi e l’ad di Eni uscente Paolo Scaroni proprio sul tema poltrone e onorabilità. Il rottamatore aveva fatto capire che non sarebbero state ammesse pendenza di fronte alla giustizia. Ma si sa in quindici giorni ne cambiano di cose e il gossip politico ha trovato una spiegazione Cencelli. Ovvero che a sostenere l’incarico del finanziere siciliano nelle stanze dei bottoni sia stato Angelino Alfano in persona. Può essere. In realtà il curriculum del fondatore di Equinox, il fondo di private equity attivo anche nelle ristrutturazioni, rimanda a una esperienza e una storia di gran lunga più antica di quella del numero uno di Ncd.

Dopo una gavetta in Sicilcassa e vari incarichi industriali, nel 1994, col primo governo Berlusconi, viene nominato ad di Iritecna, la controllata del colosso di Stato che si occupa di impiantistica. Dodici anni dopo torna in banca. Prima nel cda di Capitalia assieme a Cesare Geronzi e poi alla presidenza del Banco di Sicilia dove gestisce la transizione in Unicredit. Ma è attorno a Equinox che Mancuso riesce a costruire un grande salotto. Dove negli anni passano per salutarsi o fare affari numerosi esponenti della finanza. Dalla Fininvest di Berlusconi a Colaninno fino alla famiglia Marcegaglia (che ha una quota in Equinox). Da cui proviene Emma, già presidente di Confindustria e ora in procinto di passare alla presidenza dell’Eni.

Mancuso dal 2009 al dicembre 2013 ricopre l’incarico di vice presidente di Alitalia. Lo fa anche per meriti legati al ruolo svolto nell’operazione Cai sponsorizzata dall’allora numero uno di Intesa Corrado Passera e da Gaetano Miccichè all’epoca ad di banca Imi. Al finanziere siciliano andò il compito di riunire la cordata dei capitani coraggiosi. Cosa che fece con successo tanto da riunire nella famosa cena del “salvataggio” l’amministratore delegato di Atlantia e di Autostrade Giovanni Castellucci (gruppo Benetton), il patron di Air One Carlo Toto, l’armatore Gianluigi Aponte, Fausto Marchionni del gruppo Ligresti e l’industriale siderurgico Emilio Riva. Della sorte delle ultime due holding inutile dire. Sono cronaca giudiziaria del 2013.

E’ altrettanto noto che ai primi posti della cordata Alitalia c’era Roberto Colaninno. Anch’egli amico di lunga data di Mancuso. Basti pensare che nel 2008 – più o meno in concomitanza con l’affare Alitalia – Mittel, la società presieduta da Giovanni Bazoli (e di cui era vicepresidente Romain Zaleski), insieme a Equinox Two (l’altro fondo di Mancuso) rilevava una Hopa in cattive acque. Si tratta di quella holding che nove anni prima era stata protagonista della scalata su Telecom Italia promossa da Chicco Gnutti e appunto da Colaninno. La madre di tutte le scalate.

Viene da dire che è storia che si leggerà sui libri di scuola. Anche se con Renzi è tutto un rottamare, non si può proprio dire che Mancuso affronterà l’incarico in Enel come fosse il primo giorno di scuola. L’esperienza è di lungo corso. Dovrà solo dedicare un po’ di tempo al processo milanese che ha subito una accelerazione dopo che il gip di Fabrizio D’Arcangelo, lo scorso agosto, sulla base di una serie di intercettazioni agli atti, aveva respinto la richiesta di archiviazione della procura e ordinato imputazioni coatte. Tra l’altro le intercettazioni telefoniche trascritte e riportate dalle agenzie di stampa sono finite anche nel faldone di un’altra inchiesta. Quella sulla Bpm di Massimo Ponzellini. Al telefono ci sono il banchiere Fabrizio Palenzona (presidente di Aeroporti di Roma) e il finanziere siciliano. Il primo chiede: “Ponzellini tu lo conosci o non lo conosci?”. E Mancuso “Io?… è un mio fraterno amico, come no, ho spinto poi quando (…) e lui è stato sponsorizzato fortemente da Tremonti e da Berlusconi, no?”. Palenzona: “Da Tremonti soprattutto”. Chiacchiere al telefono.