C’è un retroscena dietro all’agguato che ha sfigurato Lucia Annibali. Lo svela un articolo dell’edizione di Pesaro del Messaggero. I carabinieri della cittadina marchigiana avevano individuato mandanti ed esecutori materiali già 11 giorni prima dell’agguato che, il 16 aprile 2013, ha cambiato la vita dell’avvocatessa pesarese. Peccato che non siano riusciti a identificare il nome della vittima predestinata e, dunque, a salvarla dal calvario che sta vivendo.

Dalle carte depositate per il processo appena concluso a carico di Luca Varani, avvocato ed ex fidanzato della Annibali, condannato in primo grado insieme ai due esecutori materiali albanesi, è emerso che il 22 marzo 2013, ben 25 giorni prima dell’agguato, i militari avevano in mano molti dei pezzi del puzzle. Infatti una fonte dei carabinieri, definita da loro stessi “attendibile”, li avvisa che c’è un avvocato di Pesaro che sta cercando di vendicarsi, per motivi sentimentali, di una donna. Il racconto dell’informatore all’inizio è abbastanza vago ma, comunque altrettanto preoccupante visto che si spiega che l’avvocato avrebbe intenzione di far colpire più donne, oltre a Lucia Annibali, per sviare l’attenzione sulla sua persona. Parla di tre o quattro soggetti, alcuni di origine albanese, arruolati per fargliela pagare con un furto durante il quale sfregiarla con dell’acido. I militari si mettono immediatamente al lavoro preoccupati soprattutto del tentativo di serialità che, in una cittadina come quella di Pesaro, avrebbero creato un allarme sociale. 

Sono così preoccupati che il 27 marzo, cinque giorni dopo la segnalazione, si attivano subito per un fermo effettuato dalla polizia in maniera fortuita. Gli uomini della Questura di Pesaro, durante un pattugliamento, fermano ed identificano Rubin Talaban, albanese, condannato poi come esecutore materiale dell’attentato a Lucia Annibali. L’uomo, durante la perquisizione, viene trovato in possesso di una bottiglietta di acido solforico che, proprio durante il fermo, ferisce anche un agente. I carabinieri vengono subito informati e qui già avviene la prima stranezza: non richiedono un fermo di polizia giudiziaria, nonostante gli elementi confermassero tutte le indicazioni del loro informatore.

Ma continuano ad indagare e il 2 aprile, 14 giorni prima dell’aggressione, scrivono una nota in cui fanno i nomi dei due esecutori materiali, tra cui Talaban. Tre giorni dopo sono in grado di scrivere una seconda segnalazione che contiene il nome del mandante ormai identificato in Varani.

Gli atti processuali svelano poi che, lo stesso giorno, l’avvocato pesarese viene pedinato e risulta andare proprio in via Rossi 19 dove risiede la ex fidanzata. Ma da questo momento in poi, tutto l’impianto investigativo diventa improvvisamente nebuloso. Soltanto alle 12.30 del 16 aprile, giorno dell’agguato a Lucia Annibali, viene autorizzato il controllo delle utenze telefoniche di Luca Varani a seguito dell’apertura di un fascicolo d’indagine che lo vede indagato. Sembra quasi che, in quegli ultimi 11 giorni, ci sia un black out da parte dei militari che non riescono a rendere utile alle loro indagini neppure la denuncia della stessa vittima il 12 aprile 2013, quattro giorni prima dell’attentato. In quella occasione Lucia Annibali torna a casa e trova un foro nella finestra della sua abitazione. Denuncia immediatamente l’accaduto ai carabinieri ai quali racconta, a margine, di essere preoccupata dell’atteggiamento del suo ex. Lo stesso Luca Varani che i militari hanno già identificato come il mandante dell’acido.

Ma, come dimostrato al processo, tutto questo non serve per fermare né l’attentatore né gli esecutori materiali che, la sera del 16 aprile 2013, sfigurano Lucia Annibali nell’androne della sua abitazione. Le indagini e i riscontri, però, sono bastati per condannare, finora in primo grado, Luca Varani a 20 anni e i due albanesi a 14 anni.

di Anna Maria Gabrielli