Il 20 luglio 2011 mi trovavo davanti al Consiglio Regionale Veneto, sul Canal Grande a Venezia, con altri attivisti di Greenpeace. Ormeggiammo delle ‘tope’ , imbarcazioni tipiche della laguna veneta, davanti l’ingresso di Palazzo Ferro Fini. Erano cariche di carbone. Aprimmo striscioni di protesta con il messaggio: “Il carbone pulito non esiste”. Quel giorno il governo Zaia si accingeva a votare una norma che avrebbe dato via libera ad Enel, aggirando una sentenza del Consiglio di Stato, per convertire a carbone una vecchia centrale a olio combustibile nel Parco del Delta del Po. Era la centrale di Porto Tolle, la stessa che Greenpeace, nel 2006, aveva scalato e occupato per tre giorni, la stessa per cui 25 attivisti dell’associazione hanno affrontato un processo durato anni per poi essere infine assoltisul piano penale.

Quella mattina sul Canal Grande alla fine parlammo con alcuni consiglieri dell’opposizione e fummo ricevuti dai capigruppo della maggioranza e da un assessore regionale. Il confronto fu sterile. Il governo Zaia voleva il carbone di Enel nel Polesine e voleva quella norma,a tutti i costi. Due giorni dopo fu votata con i voti della maggioranza di centrodestra, l’astensione del Partito Democratico, il voto contrario di sparuti gruppi di opposizione. Negli stessi giorni il governo Berlusconi varava, a livello centrale, una norma gemella, fatta anch’essa per invalidare la sentenza del Consiglio di Stato e dare il via libera ad Enel, o per costringerla, forse, a realizzare un impianto inutile da un punto di vista industriale, ma utilissimo in termini di consenso elettorale in un’area – quella del Polesine – tradizionalmente depressa.

Ieri un Tribunale della Repubblica ha condannato Paolo Scaroni e Franco Tatò, in qualità di ex amministratori delegati di Enel, in relazione al funzionamento della centrale di Porto Tolle negli anni tra il 1998 e il 2005: “per aver messo in atto condotte che mettono in pericolo la comunità”, si legge nella sentenza; ovvero, per aver mantenuto operativo quell’impianto pur sprovvisto di ogni necessario adeguamento tecnologico, consapevoli che le emissioni avrebbero sforato i parametri di legge, che si sarebbe inquinato e causato malattia. Sapevano, non hanno fatto nulla.
Non parliamo di numeri, concentrazioni di inquinanti, limiti di emissione di sostanze spesso sconosciute ai più: qui si parla direttamente delle conseguenze, degli impatti, di un “incremento massiccio” delle patologie respiratorie, ad esempio, nella popolazione infantile, tra i minori di 14 anni, nei territori maggiormente impattati dai fumi della centrale. 

Ecco, la storia della centrale Enel nel Polesine è questo: un Giano bifronte che guarda a un passato rovinoso e a un futuro incerto, che si vorrebbe ugualmente fosco. È la storia di un impianto che ha causato per anni ingenti danni ambientali e sanitari, stimati dall’ISPRA, per conto dei ministeri dell’Ambiente e della Salute, in 3,6 miliardi di euro. Roba da compromettere gravemente il già pesante debito della multinazionale italiana, roba da sisma sul titolo in borsa. La centrale “Polesine Camerini” emetteva dodici volte la quantità consentita di anidride solforosa; moltiplicava per quattro le emissioni massime ammesse di ossidi di zolfo, e per due e mezzo quelle delle polveri. 

L’altra faccia di questo Giano vuole guardare al futuro sostituendo all’olio combustibile il carbone, la fonte energetica fossile più dannosa per il clima e la salute. Enel ha progettato e promosso un impianto capace di emettere, in un anno, quattro volte l’anidride carbonica prodotta dall’intera città di Milano e oltre il doppio degli ossidi di zolfo provenienti dall’intero settore trasporti italiano. È di poche settimane addietro l’ultima bocciatura venuta al progetto da parte della Commissione VIA del ministero per l’Ambiente, che ha accolto molti dei nostri rilievi. Greenpeace ha applicato alle emissioni previste per quell’impianto la stessa metodologia con cui ISPRA ha quantificato i danni causati negli anni passati dalla centrale: ne viene una stima drammatica, un impatto sanitario pari a 85 casi di morte prematura ogni anno. Si consideri che una centrale a carbone rimane in funzione anche per 40 anni: dunque si facciano le dovute moltiplicazioni e si comprenda sino in fondo ciò di cui si parla.

Non avrebbe senso, oggi, cercare una qualche “morale” in questa vicenda. Stiamo parlando di una sentenza, dell’accertamento di una violazione. Ma non possiamo neppure chiudere gli occhi, mancare di notare come pochi giorni addietro un altro impianto a carbone, quello di Vado Ligure di proprietà di Tirreno Power (gruppo De Benedetti) sia stato chiuso in via precauzionale dagli inquirenti, mossi da una stima di mortalità – causata dai fumi di quella centrale – che parla di oltre 400 decessi in eccesso tra il 2000 e il 2007. Un anno prima si era fermata l’Ilva.

Ieri si è scritta una pagina giudiziaria dove sono in bella mostra i nomi di Scaroni e Tatò, due pezzi da novanta, due uomini potentissimi. Due intoccabili? No, o comunque non più. Per quanto siamo solo al primo grado di giudizio, tre anni di detenzione per ciascuno e interdizione dai pubblici uffici per cinque.

Possiamo contare, dunque, su una magistratura che tutela la salute e l’ambiente anteponendoli al profitto e agli interessi industriali? E che Paese è quello in cui si deve attendere un pubblico ministero coraggioso o un giudice imparziale per vedere riconosciuto il diritto a respirare un’aria non avvelenata, a vivere in un ambiente salubre? Forse è un Paese in cui qualcuno manca gravemente di controllare, di sicuro è un esempio industriale regressivo e desolante. Ma è anche un Paese dove vale la pena rischiare denunce e sanzioni per occupare pacificamente una centrale, per protestare in maniera non violenta dinanzi a un’istituzione, se infine, in fondo al tunnel, si intravede una luce che ha il sapore della giustizia. E c’è ancora molto da fare.

Andrea Boraschi
Responsabile Campagna Energia e Clima – Greenpeace Italia