La Procura di Roma ha presentato appello contro la sentenza di assoluzione dell’ex ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola e dell’imprenditore Diego Anemone, per la vicenda della compravendita di un appartamento in via del Fagutale, a pochi passi dal Colosseo.

Nel ricorso la Procura contesta la decisione del tribunale di assolvere Scajola perché le conclusioni a cui è giunto “non sono condivisibili né in fatto né in diritto e la motivazione appare viziata da illogicità e travisamento del fatto”. Il 27 gennaio scorso l’ex ministro era stato assolto dal reato di finanziamento illecito, mentre l’imprenditore era stato prescritto. Per il giudice di Roma Eleonora Santolini il fatto non costituiva reato per l’ex ministro, perché Scajola “era inconsapevole” che Diego Anemone “avesse concordato con le sorelle Papa, proprietarie dell’immobile vicino al Colosseo, le modalità dell’ulteriore pagamento”, questa la motivazione della sentenza.

Per i pm che hanno presentato il ricorso, la lettura che il giudice di primo grado dà della vicenda “appare superficiale ed acritica” essendo “modellata sulla configurazione, nemmeno paragonabile ad ‘uomo medio’ ma piuttosto ad uno sprovveduto in balia degli eventi”. Per la Procura, invece, Scajola è “indiscutibilmente un uomo politico di grande esperienza che ricopriva al momento del fatto un incarico di vertice ai massimi livelli istituzionali”. Un ruolo che “sarebbe stato incompatibile con l’eccezionale ingenuità e straordinaria mancanza di accortezza, consapevolezza, presenza a se stessi, e senso della realtà delineate dal giudice nel tratteggiare la figura del parlamentare Scajola quale beneficiario inconsapevole di una somma della portata di un milione e centomila euro”.

La vicenda della casa di Scajola era diventata una sorta di barzelletta, complice anche l’uscita del ministro dimissionario che in conferenza stampa pronunciò la celebre frase, poi diventata un tormentone: “Quella casa è stata pagata a mia insaputa. Un ministro non può sospettare di abitare in una casa pagata in parte da altri”. Il caso costrinse poi l’ex parlamentare a lasciare il ministero nel maggio del 2010.