Matteo Renzi, giovane leader di un partito indeterminato sostenuto da una maggioranza indeterminata (che, però, alla prova dei fatti, tiene) assomiglia a un manifesto sovietico del primo periodo, quando nel Pcus la grafica era importante. Il tratto di sfida e di guida dell’immagine suggerisce folla dietro di lui, ma è solo lui che si vede. E si ascolta. E si finisce per dire “bravo”, in un coro di ammirazione che cresce. Questo Renzi “è pulito”, come direbbero i guardaspalle, in un thriller, mentre il personaggio che forse segna pericolo e forse porta il fatto nuovo, entra nella stanza segreta. E infatti tutti abbassano le armi e si dispongono ad ascoltare. Che vuol dire accettare, come dimostrano i titoli dei giornali e telegiornali che si scavalcano in titoli e lanci enfatici e accatastano preannunci.

Il primo punto da notare è proprio questo, il preannuncio, che, nel paese degli annunci, appare un espediente mai sperimentato prima. Certo ha colpito e travolto un po’ di corpo giornalistico e due terzi di opinione pubblica (come ci dicono molti sondaggi attendibilissimi del tipo “senza valore scientifico”). Il preannuncio vuol dire che, come nelle Scritture, invece di un evento, vi racconto il mondo che viene. Nelle scritture si faceva secoli prima, adesso si tratta di contare i giorni. Però funziona, se pensate a Marchionne. Certo, nel privato ci sono vie di fuga (per esempio l’America) precluse al politico (salvo la vicenda del primo ministro libico appena fuggito in Germania). Ma, a somiglianza del primo ministro libico, Renzi dice e ripete con forza che se “l’Italia non cambia verso” lui se ne va, esce dalla politica. Dunque non vuole discutere dettagli. O tutto riesce, o via per sempre. Questa forte drammatizzazione (il tutto invece di una cosa, il preannuncio invece dell’annuncio) sta funzionando alla grande, anche perché, in luogo dello stato d’animo precedente, che era un impasto di noia, attesa e paura, ha fatto irruzione la novità, che non è una cosa o un fatto o un oggetto, nella società renziana, ma, appunto, uno stato d’animo. La novità non la tocchi ma è lì, davanti a te.

Ottima pensata, perché fin da bambini tutti noi abbiano sempre associato la cosa nuova alla cosa migliore, con l’ingrediente della sorpresa e l’inevitabile aspettativa di un premio.

Per capire, dedichiamo un minuto al ricordo. Dopo l’infinita e costosissima carnevalata Berlusconi-Lega, c’era stato il severo governo in loden che, come nella storia del Piccolo Lord, invece di punire Berlusconi, puniva e sgridava tutti noi cittadini che avevamo vissuto per vent’anni sotto Berlusconi. Subito dopo il processo e la punizione del Tribunale Monti, siamo stati ricoverati, per decisione e sollecitudine del Primario, nella Clinica Letta, specialista in grandi intese, dove gentili camici bianchi somministravano medicine sgradevoli, però in dosi e combinazioni, si è capito dopo, inutili.

A questo punto l’irrompere di Renzi e della sua squadra giovane (salvo l’addetto alla sala macchine dell’Economia) è sembrato un pigiama party, l’ingresso in un mondo festoso (che deve venire) in cui tutto è possibile perché Renzi, proprio lui, Renzi, ci ha messo la faccia. Certo, a mano a mano che si diradano i fumi dei fuochi artificiali di festa, dal pigiama party si staccano gruppi scontenti, a cominciare dai pensionati. Hanno appena imparato che lo slogan “Le pensioni non si toccano” è come una preghiera che non occorre essere credenti per ripetere . Ma hanno anche imparato che le famose “pensioni d’oro” non sono quelle da 90 mila al mese, che cosa avevate capito? Quelle sono poche e ben difese. Stiamo parlando di pensioni da duemila o poco più, cioè tantissime, esattamente la classe media, esattamente quelle di chi ha lavorato molto, ha guadagnato decentemente, secondo le retribuzioni del tempo, ha pagato molte tasse alla fonte (quasi sempre lavoro dipendente), ha versato molti contributi (quelli che tengono in piedi la baracca previdenziale) e contribuito a tenere a galla le famiglie che si sono salvate fino a poco fa (compresi molti giovani senza lavoro però dottorandi), e che fra poco cadranno fra i corpi morti della classe media. Ma i nuovi giovani non commettono l’errore di guardare ai dettagli e agli errori. Ce ne saranno stati anche nel piano Eisenhower per lo sbarco in Normandia. Troppi morti, dice qualcuno. Sarà, ma Eisenhower ha vinto.

Vediamo piuttosto il metodo operativo di questo successo che, non negatelo, si accumula. Renzi è come i Future, come i derivati. Ogni cosa si gioca sul fatto che la cosa precedente sarà certamente andata bene. Però, come per i derivati, devi tenere lo sguardo sull’ultima cosa promessa. È su di essa che si scommette e, se si vince, si vince grosso. A scommettere sulla prima sono capaci tutti, hai un tuo piccolo margine e “non cambi verso”. Per “cambiare verso” all’Italia, devi tenere lo sguardo fisso avanti e lontano, verso un mondo tutto nuovo che, ti garantisco, sta per venire. No, non quello di adesso, quello dopo. Se questo è il contesto, è chiaro che la vendita conta più del prodotto.

Il Segreto di Matteo Renzi è tutto qui. Invece di rivisitare il passato o di lasciarsi inchiodare dagli irrisolvibili problemi del presente, si gioca il futuro. Ha lasciato indietro le retroguardie pericolose della spending review inventata da altri, ma tenuta in vita per raccogliere tutto ciò che si può ramazzare dalle spese inutili. Sono spese inutili tutte quelle che il Commissario dichiarerà tali. Ci sono vittime, ma nel passato. Le risorse recuperate saranno offerte in dono, dal Commissario delle spese, al giovane vincitore del futuro, che tiene lontane le vecchie vittime (chi ha bisogno dei pensionati?) e brandisce le ex spese inutili come una conquista di cui gli altri, prima di lui, erano stati incapaci.

Dal Fatto Quotidiano del 16 marzo 2014