Ridurre il cuneo fiscale, anche se parlava di miliardi e non di percentuali. “Rivoluzionare” la normativa sul lavoro. Sbloccare totalmente i debiti della pubblica amministrazione per creare uno “choc”. Una delega fiscale per abbattere le tasse. Cogliere il semestre europeo come una “gigantesca opportunità e non come una formalità”. Anche alla Camera il presidente del Consiglio Matteo Renzi va per titoli. Fotografa a lungo il passato e le cose fatte fin qui, dà qualche indicazione sulla direzione che prenderà il nuovo governo. Alla fine Renzi prende 378 sì (220 no e un astenuto): sono praticamente gli stessi voti presi dal governo Letta che alla prima fiducia senza il contributo di Forza Italia raccolse 379 voti. Inevitabilmente le parole del segretario del Pd rimandano a quelle già pronunciate ieri al Senato, dove il nuovo esecutivo ha incassato il primo sì. “Per questo governo non ci sono alibi – ripete per esempio Renzi – Se ci riusciremo abbiamo fatto il nostro dovere, se non ci riusciremo sarà solo colpa nostra; non è un atto di coraggio ma di responsabilità”. Due in particolare i temi sott’occhio. Il primo: il taglio del cuneo fiscale da 10 miliardi che, secondo una stima del Sole 24 Ore, porterebbe un aumento medio in busta paga di circa 100 euro per l’85 dei lavoratori. Il secondo: l’opera di investimento sulla sicurezza delle scuole che – sempre secondo il quotidiano di Confindustria – prevederebbe la modifica del patto di stabilità.

Renzi: “Cambiamento avrebbe meritato passaggio elettorale, ma con altre condizioni”
Renzi tratteggia di nuovo la nascita del suo governo fuori da un passaggio elettorale. Come ieri al Senato, infatti, il presidente del Consiglio ha sottolineato che il Paese ha oggi “un’unica chance: quella di sfruttare la timida ripresa per cambiare profondamente. Questo cambiamento radicale avrebbe meritato un passaggio elettorale, ma solo se ci fossero state le condizioni di creare una maggioranza stabile, solida e responsabile del mandato degli elettori”. Così non era e “se avessimo avuto un passaggio elettorale come un anno fa, il problema si sarebbe riprodotto”. “Per questo governo – aggiunge – non ci sono alibi: se ci riusciremo abbiamo fatto il nostro dovere, se non ci riusciremo sarà solo colpa nostra; non è un atto di coraggio ma di responsabilità”. 

“L’Italia non prenderà la linea dall’Europa”
Uno dei primi punti dai quali far partire l’azione del governo è il rapporto con le istituzioni europee. “L’Europa oggi non dà speranza perché abbiamo lasciato che il dibattito sull’Europa fosse solo virgole e percentuali – scandisce il presidente del Consiglio – Noi vogliamo un’Europa dove l’Italia non va a prendere la linea per sapere che cosa fare, ma dà un contributo fondamentale, perché senza l’Italia non c’è l’Europa”. E il semestre europeo, aggiunge, è “una gigantesca opportunità, non una formalità. L’Europa non è il nostro nemico”. Addossare all’Ue la colpa dei problemi dell’Italia, afferma, significa “non soltanto negare l’evidenza dei fatti ma tradire la storia istituzionale di questo Paese che ha costruito l’Europa”. L’Italia da almeno 15 anni “ha una mancanza di crescita”. Il Paese “non cresce come il resto dell’Europa”. “Abbiamo un’unica chance: prendere qui e ora l’occasione della timida ripresa che si sta affacciando”.

Dal taglio del cuneo fiscale all’abolizione delle Province
Nei contenuti Renzi riprende i temi della riduzione del cuneo fiscale (“la doppia cifra è riferita ai miliardi e non alle percentuali” ha precisato), degli investimenti sulla scuola, della “rivoluzione del sistema economico e normativo del paese” per aggredire il tasso di disoccupazione, dello sblocco totale dei debiti della pubblica amministrazione e dell’aumento dei fondi di garanzia, della semplificazione delle leggi, delle unioni civili (“Ascoltiamoci”), dello ius soli (“Non è un disvalore confrontarsi”), dei costi della politica. Soprattutto quando ha rilanciato l’abolizione delle Province: “Chiedo alle opposizioni di fare uno sforzo; se non siete d’accordo con il ddl Delrio aiutateci a migliorare il Titolo V, ma evitate che il 25 maggio 46 nuovi presidenti di Provincia siano eletti e insediati”.

Ai 5 Stelle: “Comprendo la difficoltà a capire democrazia interna”
Poi c’è il rapporto con le opposizioni, alle quali Renzi ha chiesto di non risparmiare contributi per migliorare l’azione legislativa. Ai Cinque Stelle il capo del governo non risparmia qualche punzecchiatura: “Comprendiamo la difficoltà di capire una cosa complicata che si chiama democrazia interna, provateci anche voi. So che e difficile da capire per chi non è abituato al dibattito interno tra una comunità di donne e uomini, persone diverse che si chiama partito. Nel Pd siamo abituati a confrontarci quando dobbiamo litigare lo facciamo” e “abbiamo il coraggio di riconoscere che chi vince ha la maggioranza”. “Quando Bersani ha vinto non mi ha escluso dal Pd – ha chiarito – e il fatto che Bersani sia qui oggi è un segno di stile, di rispetto non solo personale ma politico”. 

Cita don Milani, La Pira, Chesterton e Arisa
Renzi ricorda d’altronde che “fuori da qui c’è gente che si aspetta da voi, anzi da noi tutti insieme, che la politica smetta di essere un fiume di parole vuoto e vano, vuole che questa Aula sia il luogo dal quale tentare di fare uno schiocco delle dita tutti insieme, come la Famiglia Addams”. Ma questo giro, dopo la Cinquetti, cita anche don Lorenzo Milani e Giorgio La Pira. L’Aula della Camera, dice il capo del governo, “è un luogo che esprime un senso di rispetto delle istituzioni e della nostra storia, perché siamo abituati a pensare che la politica sia davvero una forma straordinaria di servizio alla comunità”. E cita il “fiorentino” don Milani: “Mi sono accorto che il mio problema è uguale al tuo, sortirne da solo è avarizia, sortirne insieme è la politica”. Un’Aula, quella di Montecitorio, che trasmette un senso di vertigine, intensità, stupore, che “ha visto grandi personaggi, in primis penso a un sindaco di Firenze che era molto più grande e capace di me: Giorgio La Pira”. A proposito di citazioni c’è spazio anche per lo scrittore inglese Gilbert Chesterton e forse la vincitrice di Sanremo Arisa. “Chesterton – ha detto Renzi in Aula – diceva che il mondo nonfinirà per la fine delle meraviglie, bensì per la fine della meraviglia: un Paese che ha 5 milioni di volontariato, imprenditori che fanno innovazione, che ha la seconda manifattura d’Europa, che ha uomini e donne con una straordinaria capacità di lavorare, un Paese così non finirà per mancanza di meraviglie ma per mancanza di meraviglia; se noi saremo rassegnati, se penseremo che non c’è più niente da fare; invece noi siamo qui controvento, con il gusto di rischiare, per dire una cosa difficile: la pagina più bella questo Paese ancora non l’ha vista”.

Fassina: “No a fiducia in bianco”. Civati: “Matteo, così sbagli”
“Adesso la Camera. Poi si inizia a lavorare” aveva scritto il presidente del Consiglio in mattinata su Twitter. Anche se, come aveva aggiunto sempre sul social network, il suo pensiero è già al giorno dopo a quando il sindaco d’Italia potrà cominciare a “fare le cose”: “Domani scuole, lavoratori, imprenditori, sindaci a Treviso. #lavoltabuona”. Ma in Aula, gli attacchi erano arrivati dai banchi della sua stessa maggioranza: Stefano Fassina, ex viceministro dell’Economia del governo Letta e esponente della minoranza del Pd esprime le sue prime critiche: “Ho visto un cambio dei metodi comunicativi, ma meno nella sostanza dell’analisi e nei riferimenti programmatici. Valuterò i singoli provvedimenti“. Molto critico anche Pippo Civati: “Ciao Matteo, volevo dirti che stai sbagliando”. Il deputato del Pd esprime tutto il disagio per il passaggio che ha portato Renzi a palazzo Chigi, “una manovra che neanche ai tempi di Mariano Rumor”, con il risultato che “continuiamo a fare governi senza passare dal voto dei cittadini. Credo di rappresentare il disagio di molti elettori del Pd. Un disagio molto forte, se ho deciso dopo un lungo travaglio di votare la fiducia lo faccio solo perché penso che non si debba sfasciare tutto”, spiega Civati citando Pier Luigi Bersani e auspicando la ricostruzione del centrosinistra. In molti hanno osservato nel discorso di Renzi la mancanza del riferimento a dati e coperture finanziarie. “Le risorse?”, ha commentato Graziano Delrio, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, “ci mancherebbe se non avessimo le coperture. Le spiegherà il professor Padoan”. Il ministro dell’Economia tuttavia di lì a poco risponde così: “Non ho alcun commento da fare”.

Bersani in Aula. Renzi: “Grazie”. Lui: “Sono qui per abbracciare Letta”
E proprio Bersani nel pomeriggio – poco prima della replica di Renzi – è tornato alla Camera per la prima volta dopo la malattia
. L’ex segretario è stato circondato da una piccola folla di parlamentari e giornalisti, cui si limita a dire: “Sto bene. E voi?”. Al suo ingresso in Aula, tutti in piedi e un lungo applauso. “Grazie a @pbersani per essere in aula oggi. Un gesto non scontato, per me particolarmente importante. Grazie” scrive su Twitter lo stesso presidente del Consiglio. Eppure Bersani dice: “Sono venuto ad abbracciare Enrico Letta. Ma ancora non è arrivato?”. Ai colleghi parlamentari di maggioranza e opposizione, dal capogruppo di Fi Renato Brunetta al portavoce del Pd Lorenzo Guerini, che si accalcano per salutarlo e chiedergli come sta, dopo la malattia, regala sorrisi e battute. Poi dice: “Sono qui per abbracciare Enrico”. Letta è arrivato dopo poco ed è stato accolto da un lungo applauso dell’aula di Montecitorio. Non ha degnato di uno sguardo il banco del governo e Renzi. Mentre il Pd e i centristi lo applaudivano ha raggiunto Bersani, con cui si è scambiato un abbraccio intenso e commosso. Mentre risuonavano gli applausi della maggioranza, Letta ha poggiando la mano sulla spalla di Bersani per poi avviarsi verso il centro dell’emiciclo. 

Bersani: “Umiltà non tra qualità migliori. Passaggio Letta-Renzi ha ammaccato il Pd”
Bersani, nonostante le parole di zucchero riservategli da Renzi, è stato il mio ruvido nel giudizio sulla nascita di questo esecutivo, forse ancora di più di Fassina e Civati: “Benché mi pare che questo governo non abbia tra le sue qualità migliori l’umiltà, penso che sia un governo che ha bisogno di aiuto, che ha lanciato una sfida molto seria, e quindi bisogna darlo questo aiuto, una volta che siano chiari gli obiettivi che ancora credo meritino un po’ di definizione”. E aggiunge: “E’ evidente che, si può anche parlare come se si fosse fuori dal Palazzo ma un governo è sempre con tutti e due piedi nel Palazzo, poi puoi ristrutturalo”. Il segretario Pd si dice pronto a dare una mano, “una volta definiti meglio gli obiettivi”.

L’ex segretario del Pd ha ribadito il concetto più tardi, intervistato da Ballarò. “Si sa che io non ho visto positivamente il modo con sui siamo arrivati a questo passaggio che ha lasciato un po’ un’ammaccatura, una ferita che bisogna rimarginare“, ha detto riferendosi alla staffetta Letta-Renzi. “Adesso bisogna spingere le cose avanti, però i problemi ci sono”, ha aggiunto, sottolineando che “per come si sono svolte tutte queste vicende e anche per come Renzi ha chiesto il voto di fiducia è chiaro che ora gli italiani misureranno lo spread tra le parole e i fatti”.