Giuseppe Cruciani e Fabrizio Barca sono – come si suole dire – “due mondi, due civiltà, due culture”. La cui diversità risalta a prima vista: il primo con l’aria spiegazzata del reduce da qualche moto carbonaro, nel cui naufragio si è irrimediabilmente incanaglito; l’altro è persona linda e perbene come le idee virtuose e coerenti che professa.

Cruciali è un ex pannelliano, cresciuto a Radio Radicale, che dal guru Marco Giacinto ha imparato la pessima lezione secondo la quale non c’è nulla in cui credere tranne che nel proprio ombelico, che la visibilità è moneta da afferrare ad ogni costo; Barca è figlio di quell’antica aristocrazia piccista che concepiva l’impegno pubblico come il primo precetto di un’etica laica.

Insomma, un cinico e un civico. Quasi naturale che “la mente volta al male” nutra per il suo contrario un risentimento che muove allo sgarro, seppure malamente giustificato con il presunto diritto al giornalismo d’assalto. Una sorta di killeraggio sotto forma di sberleffo, incurante dei danni morali e materiali che si arrecano.

Che altro sarebbe l’imboscata radiofonica perpetrata ieri sulle onde radiofoniche de La Zanzara, grazie a un imitatore di Nichi Vendola che ha estorto a Barca confidenze che non aveva intenzione di rendere pubbliche? Calpestando il sacrosanto diritto del diretto interessato a decidere se e come esternarle.

Naturalmente quest’epoca di jene in cerca di scoop da trenta denari ha fatto strame del diritto alla riservatezza. Possiamo raccontarci che siffatto andazzo non coincida con un insopportabile imbarbarimento della civile convivenza?

Ennesimo effetto (o meglio, effettaccio) di un giornalismo che non sa più fare inchiesta e preferisce spiare il mondo dal buco della serratura; per cui la notizia non è più un accadimento, bensì l’insozzamento gratuito ottenuto grazie al modo con cui tale accadimento viene riferito. Al gusto sadico di insozzare come dimostrazione che tutti e tutto sono sozzi. Dunque, identici all’insozzatore.

Difatti l’incoscienza compiaciuta degli autori di tale imboscata-killeraggio rivela come il public servant Barca abbia subito indebite pressioni per rinforzare con il proprio riconosciuto prestigio e la propria competenza la compagine ministeriale di Matteo Renzi; che sta nascendo con tratti di marcata gracilità. Evidente conferma che il cambio in corsa del premier (esecuzione di Enrico Letta compresa) aveva una sola ragione: la sindrome iomaniaca del sindaco di Firenze. Mentre già si intravedono nella corte dei miracoli di cui si circonda tratti di politica politicante della più bell’acqua: dagli schizzi di veleno con il sorriso sulle labbra delle soavi viperette, tipo Boschi o Serracchiani, allo sfrenato carrierismo opportunistico dei conversi dell’ultima ora, balzati sul carro dell’Attila venuto da Rignano sull’Arno per uno strapuntino ministeriale. Ad esempio due miei conterranei, folgorati sulla via del novismo: la già bersaniana Roberta Pinotti e il già giovane turco Andrea Orlando (quest’ultimo in sintonia con Renzi già prima della sua apparizione; quando responsabile giustizia del Pd proponeva di riformare le carriere dei giudici fotocopiando le proposte berlusconiane dell’avvocato Ghedini).

Barca vede tutto questo e lo confida a un presunto amico. L’averlo messo in piazza può procurargli gravi nocumenti (di cui il giornalista senza scrupoli se ne frega). Andate a rivedervi l’antesignano di questa tipologia crucianesca nel film “L’asso nella manica” di Billy Wilder (1951); in cui il cronista Kirk Douglas trasforma in carnevalata mediatica un incidente in miniera, ritardando i soccorsi fino alla morte dell’operaio imprigionato nel crollo.

Fermo restando che – pur nella miserabilità dello scandalismo – è risultata impagabile la profezia che abbiamo potuto ascoltare grazie alla registrazione pirata: “Fra tre mesi tutti si accorgeranno che la nuova compagine governativa non ha un’idea che sia una”. Sicché ora Fabrizio Barca rischia di pagare il fio della propria franchezza; sotto forma di  ritorsioni da parte del finto pacioccone, massacratore vero, Matteo Renzi.