A 10 anni dalla sua morte, di Marco Pantani sopravvivono due aspetti: il mito del campione di ciclismo e i dubbi su ciò che avvenne il 14 febbraio 2004 al residence Le Rose di Rimini, ma ancora prima il 5 giugno 1999 al Giro d’Italia. La parola “dubbio” la si incontra parlando con chiunque abbia avuto a che fare con questa storia. La usa il legale della famiglia dell’atleta di Cesenatico, l’avvocato Antonio De Rensis del foro di Bologna, che annuncia la prossima conclusione di un’analisi della documentazione giudiziaria esistente. “Dall’agosto 2013 – afferma – sto lavorando con un’équipe scientifico-legale per verificare se esistano ricostruzioni alternative a quella ufficiale. In effetti chiederemo di chiarire dubbi e anomalie che scaturiscono per esempio dalla visione di 180 fotografie e dal filmato girato nella camera d’albergo in cui morì. Rispetto a quello andato in onda, da immagini girate subito dopo il ritrovamento del corpo di Pantani si vedono sei persone di cui solo una con la tuta da polizia scientifica”.

Quindi nelle prossime settimane, forse entro la metà di marzo, la procura di Rimini riceverà il lavoro dell’avvocato dei Pantani. “Non abbiamo tesi precostituite – dice De Rensis – ma vogliamo che siano tolti alla madre dubbi leciti”. Già, i dubbi, eccola di nuovo quella parola. Dubbi che a Tonina Belletti e a suo marito Paolo Pantani, genitori del Pirata romagnolo, hanno fatto più volte chiedere la riapertura delle indagini. La donna l’ha fatto nel 2007, nel 2009 e ancora lo scorso autunno, con l’uscita del libro In nome di Marco, scritto con il giornalista Francesco Ceniti. E ha ricordato il caso di Donato Bergamini, il centrocampista di Argenta (Ferrara) che giocava nel Cosenza e che il 18 novembre 1989 fu trovato morto sulla statale jonica, a poca distanza di Roseto Capo Spulico. Si parlò a lungo di suicidio, ma una ventina d’anni dopo – anche grazie a una perizia curata dal professor Francesco Maria Avato – invece si è ipotizzato l’omicidio.

Ma chi aveva interesse a uccidere lo sportivo che, dopo aver vinto nel 1998 Tour De France e Giro d’Italia, aveva riportato il ciclismo italiano ai vertici dell’epoca di Fausto Coppi e di Felice Gimondi? Il padre Paolo, che parla di lui all’interno dello Spazio Pantani, accanto alla stazione ferroviaria di Cesenatico, ricorda quanto fosse diventato scomodo il suo ragazzo. Sotto il pannello della “Pantanimachia” con firma autografa di Dario Fo, l’uomo torna più che al 2004 ai fatti del 1999 e al clima di nervosismo che i successi del figlio avevano evocato. L’Auditel aveva decretato il trionfo in termini di pubblico del ciclismo a scapito del campionato di calcio e della Formula 1. Gli sponsor delle squadre concorrenti alla Mercatone Uno, quella di Pantani, mal vedevano l’atleta che non concedeva una tappa agli altri.

E poi ci sono altre due questioni: l’ombra del doping e quella delle scommesse clandestine. “Sono gli ambienti in cui bisogna andare a cercare”, incalza Paolo Pantani. Il Pirata, infatti, aveva fatto da testimonial per campagne anti-doping, ma dopo il controllo del 5 giugno 1999 sull’ematocrito, di due punti percentuali superiore al 50 per cento stabilito dal regolamento, non era riuscito a scrollarsi di dosso il sospetto che ricorresse a trucchi farmacologici per vincere. Questo nonostante non sia mai stato trovato positivo a sostanze illecite e la sospensione di 15 giorni dopo Madonna di Campiglio fosse stata disposta, come da protocollo, per tutelare la sua salute. “Dopo di allora fu l’inferno”, dice oggi il padre.

Su Pantani sette procure hanno indagato e mai nessuna condanna è divenuta definitiva. “Ma era un continuo suonare di carabinieri – ricorda Paolo Pantani – Ogni mese, mese e mezzo, soprattutto a ridosso delle gare, arrivavano la mattina tra le 6 e le 7 per notificargli un atto o chiedergli una firma. Non voleva più stare a Cesenatico e allora scappava a casa degli amici o a Saturnia, dove abbiamo una casa. Ma neanche lì stava tranquillo perché era inseguito dai finti amici, dagli spacciatori”. La cocaina, nella vita di Pantani, arriva verso la fine del 1999. “Smetto quando voglio – diceva -mi serve per sopportare meglio quello che mi sta succedendo”. E ci riprovò a riscattarsi, negli anni successivi, ma la macchia di Madonna di Campiglio – i carabinieri che lo scortano fuori dall’hotel, i titoli dei giornali che lo avevano gettato nella polvere dopo averlo celebrato, le indagini a raffica – non era riuscito a cancellarla.

“Marco Pantani, il 5 giugno 1999, si sottopose ai controlli nonostante il ritardo dei medici, arrivati alle 7.15”, afferma Enzo Vicennati, il giornalista di Bicisport che ha scritto insieme a Tonina Pantani il libro Era mio figlio. “Questo fa pensare che cose da nascondere non ne avesse perché sennò avrebbe colto al volo l’occasione. Poi, di poco chiaro, ci furono anche i tempi con cui uscirono le notizie perché alcuni giornalisti seppero dell’esito del controllo forse anche prima di Pantani. L’idea che ci fosse stato qualcosa di poco chiaro direi che rimane addosso”. Rimane addosso anche a Marco Velo, l’ex ciclista della Mercatone Uno che correva con Pantani e che era con lui in quel Giro d’Italia divenendo uno degli atleti più vicini al campione romagnolo in quel periodo. “Difficile dire se c’erano azioni dolose, ma qualcosa di strano c’è stato. Di certo il controllo dell’ematocrito. I test non erano affidabili in quegli anni: se andavi in 5 laboratori diversi, ottenevi 5 esiti differenti”.

Ma è ancora Vicennati, poi, a tornare sulla questione delle scommesse clandestine e sulle parole dell’ex boss della Comasina, Renato Vallanzasca, che nel 2000, dalle pagine del libro Il fiore del male, raccontò della proposta da parte di un altro detenuto di scommettere sull’espulsione dal giro di Pantani. Era qualche giorno prima del 5 giugno 1999 e Vallanzasca, che nel 2007 ha rievocato di nuovo la vicenda in una lettera scritta a Tonina Pantani, dichiarò di aver declinato l’offerta, era impossibile che il ciclista romagnolo non si portasse a casa il Giro d’Italia. Ma accadde. “Io ero con Tonina quando andammo a incontrare Vallanzasca nel negozio di fiori vicino al cimitero monumentale di Milano”, dice ancora Enzo Vicennati. “Lui il discorso lo fece abbastanza chiaramente: avrebbe provato a mandare i ‘suoi ragazzi’ a prelevare il tizio che in carcere gli aveva fatto la soffiata sulla scommessa”.

Tuttavia, chi sia quel tizio, a tutt’oggi non si sa. Vallanzasca non l’ha detto nemmeno al defunto pubblico ministero di Trento Bruno Giardina, quando fu convocato. “Ma alla fine – prosegue Vicennati – chi avrebbe avuto interesse a manomettere il controllo di Pantani? O ci sono dietro scommesse clandestine o poco altro. Non vedo grandi altri attori della vicenda”. Oggi la moglie del bandito milanese, Antonella D’Agostino, di recente finita in un’inchiesta della Dda di Napoli, fa da filtro al marito. “Meglio se parlo io per lui in questo periodo”. Ma conferma le ricostruzioni degli ultimi anni. “Certo, quella proposta fu fatta e Renato me ne parlò perché se avesse scommesso, fisicamente lo avrei dovuto fare io, dato che lui era in carcere. Ma a nessuno dei due passò per la testa di accettare, non siamo gente che gioca e non avevamo denaro”. C’erano mai state in passato proposte analoghe? “Forse, ma si trattava di calcio, e comunque mai nulla che avesse a che fare con i circuiti illegati, in quel caso erano scommesse lecite”.

I dubbi, dunque, in questa vicenda sono tanti. Ma il mito rimane intonso. Lo dimostra un fatto: Cesenatico resta ancora oggi la mecca dei tifosi del ciclismo italiano. Un flusso, quello dei fan, che inizia con i 30mila che partecipano ai suoi funerali, nel 2004, e che nel corso degli anni, all’ingresso del cimitero romagnolo, ha portato alla comparsa di un cartello: “Tomba Pantani, viale 16”. Troppi, infatti, coloro a cui il custode doveva indicare la strada verso la cappella di famiglia, dove il ciclista riposa di fronte alla lapide del nonno Sotero, quello che gli fece quasi da padre quando Paolo lavorava fuori città anche per settimane e che nel 1984 mise mano al portafogli per comprare la Vicini Tour De France rossa che Marco voleva per il suo compleanno. “Non toccava quasi a terra”, dice Paolo Pantani, “ma già allora, quando si alzava sui pedali, scattava in salita in un modo che non si era visto mai”.