Ho atteso deliberatamente alcuni giorni, perché certe cose si dicono meglio a mente fredda. I recenti atti vandalici in occasione del ricordo delle foibe e dell’Olocausto sono bruttissimi segnali per il livello di civiltà e di cultura di questo nostro paese e in definitiva per le sue speranze di uscire da una crisi, che ancor prima che economica è certamente morale. Non tanto e non solo per i gesti in sé, ma per ciò che essi indicano. Non basta derubricare a mele marce quanti pensano di esprimere il proprio dissenso inviando teste di porco alla comunità ebraica romana, o imbrattando con la falce e martello una lapide in memoria dei gettati vivi nei pozzi dell’Istria e della Dalmazia. C’è dell’altro. C’è un paese che, ancora a distanza di quasi 70 anni, non è in grado di metabolizzare la propria storia, di guardare in faccia la realtà, superando gli odi e le ideologie, un paese disgraziato, che non può crescere. Senza memoria (condivisa) non c’è morale e senza morale non c’è nulla, né economia, né giustizia, né politica. Amen.

Tutti dicono che dobbiamo riformare la politica, che dobbiamo pensare all’economia, a migliorare la produzione e la distribuzione della ricchezza; che c’è un grande lavoro da fare con la scuola, con la burocrazia, con i servizi: tutte cose sacrosante e importantissime. Ma che non rappresentano la causa dei problemi, anzi ne sono solo un triste e spesso insolubile effetto. Siamo ancora un popolo frantumato in bande l’una contro l’altra armata, pregiudizialmente diviso sulla base di ideologie, interessi e provenienza geografica. Incapace di accettare e condividere non solo lo stesso territorio, ma il medesimo passato. Ognuno ha il suo e lo utilizza a suo uso e consumo per rafforzare gli argomenti polemici della propria fazione.

Benedetto Croce scrisse e sostenne che la storia è sempre e solo contemporanea. Verissimo, ma nel senso che l’interpretazione dei fatti storici esprime sempre e solo i problemi di oggi, anche quando si ferma ad analizzare quelli del passato remoto. Chi parla di fascismo, di prima guerra mondiale o di qualsiasi altro tema cruciale, in realtà esprime la sua idea sull’oggi, dell’oggi, di Berlusconi, Renzi e compagnia cantante. Chi non riesce a leggere il passato sine ira et studio, ma insiste nel voler forzare i dati storici secondo la sua personale interpretazione trascurando la complessità e la contraddittorietà degli eventi, in realtà si preclude la possibilità di agire efficacemente qui e ora di fronte ai problemi presenti e attesta la sua incapacità a costruire il futuro. Una morale non condivisa impedisce la crescita economica, blocca le riforme politiche, non è solo un fatto culturale.

Gli studiosi hanno negli ultimi decenni, ad esempio, convenuto nella lettura del fascismo, sicché, anche a fronte di alcune differenze, possiamo dire che esista una comprensione comunemente accettata del fenomeno. Lo stesso non si può dire degli italiani, che in non poche occasioni dimostrano di non aver ancora superato il problema, sfidandosi su questo tema in contese tra buoni e cattivi, tra la ragione e il torto. La mancata metabolizzazione del fascismo in realtà è alla radice della storia politica ed economica italiana degli anni ’60 e ’70, ha a che fare con lo stragismo, le lotte sindacali e con le vicende del terrorismo brigatista: gran parte degli avvenimenti dei decenni a cavallo di quegli anni sono infatti la conseguenza, nemmeno tanto indiretta, di una classe dirigente, strettamente legata al fascismo ma che si trovava nella complicata posizione di dover negare perfino l’evidenza delle sue passate, non superficiali connessioni personali e ideologiche con il Ventennio. Come ebbe a scrivere Nietzsche, il problema non è mai giustificare una sola menzogna, ma il corollario infinito delle successive che sono indispensabili per sostenere la prima.

Nello specifico, mentre ancora osserviamo attoniti questi fatti violenti e intolleranti, ci troviamo con il problema evidente di ricostruire un paese che forse non era mai stato appunto nemmeno fondato per mancanza di memoria e di cultura condivisa, per quella dannosa tradizione che ci spinge a voler vedere i fatti alla luce delle nostre lenti ideologiche e dei nostri interessi personali, a essere una schiera di bande e mai una Nazione. Fuori dalla menzogna, lontano dalla memoria condivisa e accettata, senza l’accettazione collettiva dei nostri errori, alla pari dei nostri trionfi il futuro si prospetta molto arduo. Anche per quel vivere quotidiano che ci pare così distante dai problemi storici e della memoria.