“I mostri sono due: uno è il bidello, malato ed evidentemente non idoneo a questo lavoro. L’altro mostro, a mio avviso anche più responsabile, è chi delle istituzioni lo ha legittimato a svolgere attività accanto ai bambini. Mi chiedo come abbia fatto a continuare a lavorare senza che nessuno verificasse i suoi precedenti”. È lo sfogo della madre di un bambino, vittima di abusi sessuali consumati in una scuola elementare di Roma, da un collaboratore scolastico condannato a sei anni di carcere. La sentenza è di pochi giorni fa e anche per lo Stato è arrivata una condanna: risarcimento in separata sede e provvisionale di 20 mila euro. La storia risale al 2008. Dichiarava di essere incensurato e invece era stato già condannato per molestie sessuali su minori. E mentendo per anni, con un’autocertificazione del proprio casellario giudiziale, ha tranquillamente trascorso il suo tempo, tra i piccoli alunni, in diverse scuole della Capitale.

L’inquietante passato di Rosario Cacace, 62enne, collaboratore scolastico di Pozzuoli, viene a galla solo dopo una denuncia, del 2008, per abusi compiuti all’interno di una scuola del centro nel rione del Colle Oppio, l’istituto comprensivo F. Guicciardini – scuola elementare Ruggiero Bonghi. La vittima prescelta: un bambino di 10 anni con disturbi dell’apprendimento. Si scopre che non era la prima volta che molestava i ragazzini: era stato già condannato – con sentenza definitiva del 1999 – per una violenza sessuale su un minore nel 1991.

Insomma viene da ripensare alla frase del deputato Alessandro Di Battista (M5S) che a ‘Le invasioni barbariche’ (La7), riferendosi a Silvio Berlusconi (FI), aveva dichiarato: “Un condannato non può fare il bidello, ma può scrivere una legge elettorale? Le sembra un discorso troppo semplicistico?”. A quanto pare, invece, un uomo condannato per violenza sessuale su un minore, in Italia può fare tranquillamente il bidello. Ma torniamo ai fatti.

Nel 2005, Cacace era stato denunciato per lo stesso reato compiuto in una scuola media della Capitale, l’istituto Gioacchino Belli, nei confronti di una bambina di 12 anni. Ed è con questa fedina penale che nel 2006, Cacace presenta domanda di assunzione presso la scuola elementare R. Bonghi, dove aspetta due anni prima di molestare un altro alunno. Parte la terza denuncia. Il bambino di quinta elementare racconta alla madre quanto si “sentiva oppresso dal bidello Rosario”. “Quando andavo in bagno mi seguiva, mi stringeva, mi spingeva contro il lavandino oppure contro il termosifone, si strusciava e rideva. Gli chiedevo di smettere, ma lui continuava, dicendomi che era solo un gioco”. E’ la testimonianza raccapricciante resa dal bambino alla polizia giudiziaria.

Per Cacace, condannato a sei anni, si spalancano le porte del carcere per aver compiuto: “Atti sessuali con minorenne”. Nel capo d’imputazione si legge: “Nell’ora di ricreazione e quando il minore si recava in bagno, lo seguiva afferrandolo e mettendolo a testa in giù, oppure spingendolo verso il termosifone, impedendogli di fuggire, o ancora a ridosso del lavandino, si strofinava con il pene in erezione dietro la schiena”.

Tre anni prima stesso copione nei confronti della bambina della scuola G. Belli che “intenta a giocare a nascondino nel corridoio della scuola con altre alunne, veniva invitata dal Cacace a seguirlo nella classe della minore, che era vuota, dove la tirava da dietro verso di sé, appoggiando il suo corpo, facendole sentire il contatto con il suo organo genitale”. L’Ufficio Scolastico Regionale del Lazio era a conoscenza del fatto consumato nella scuola ‘Belli’ nei confronti della bambina di 12 anni. Ma gli accertamenti dell’Ente partono solo nel 2008 in concomitanza con la terza denuncia. L’ufficio incaricato alla verifica aveva riscontrato che le dichiarazioni fornite dal collaboratore scolastico erano sospette: nella prima domanda di assunzione aveva dichiarato di non riportare condanne penali né di avere procedimenti pendenti. Nella seconda domanda omette di compilare gli allegati sui precedenti penali. E solo da quel momento parte per l’uomo una lunga, fin troppo, procedura d’espulsione dall’incarico che culmina solo nell’estate del 2011.

Dopo vent’anni di servizio, l’Ufficio Scolastico Regionale del Lazio comunica a tutte le scuole italiane che a carico del bidello c’è una sentenza definitiva di condanna penale e d’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Per l’avvocato della madre del bambino, Armando Fergola, c’è una responsabilità delle istituzioni, in particolare: “E’ grave che il ministero dell’Istruzione abbia lasciato operare a stretto contatto con i bambini una persona con precedenti così gravi per molestie sessuali sui minori”. Il tribunale di Roma ha condannato, come responsabile civile, anche lo Stato al risarcimento in separata sede, oltre al pagamento di una provvisionale di 20mila euro. La famiglia del minore ha intanto dato mandato all’avvocato Antonella Zordan alla richiesta di risarcimento del danno civile nei confronti del ministero dell’Istruzione. Il difensore di Cacace, Giuditta Mantegna, commenta così la sentenza: “La condanna è basata su episodi precedenti che risalgono agli altri processi”. L’uomo, che ora vive nel Napoletano, dovrà tornare in galera.

Interpellato da ilfattoquotidiano.it l’Ufficio Scolastico Regionale del Lazio non ha voluto rilasciare alcun commento. Sul fronte della ‘Bonghi’, i genitori degli alunni della scuola, appena avuta notizia della sentenza sull’ex bidello, giustamente preoccupati hanno convocato un’assemblea per il 13 febbraio, per chiedere alla preside e dirigente scolastico, Rosetta Attento, chiarimenti sui controlli del personale scolastico.