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La Cassazione sull’assoluzione dei pm De Pasquale e Spadaro: “Non ci fu rifiuto di atti d’ufficio, le chat non consegnate non contenevano elementi di prova”

La Cassazione ha assolto i due magistrati il 18 giugno, dopo due condanne in primo e secondo grado, con formula piena, "perché il fatto non sussiste". Dopo il verdetto De Pasquale ha lasciato la magistratura
La Cassazione sull’assoluzione dei pm De Pasquale e Spadaro: “Non ci fu rifiuto di atti d’ufficio, le chat non consegnate non contenevano elementi di prova”
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Il fatto non sussiste, la formula dell’assoluzione e ora sono state depositate le motivazione della Cassazione sul caso dei pm Eni-Nigeria, finiti sotto processo a Brescia. Si trattava “di un atto che implicava delicate valutazioni discrezionali, proprie del pubblico ministero titolare del processo” e “non vi fu un atto di rifiuto penalmente rilevante, una omissione imputabile”, anche perché la decisione “fu sostanzialmente rimessa al Procuratore della Repubblica di Milano e al Procuratore aggiunto di quello stesso ufficio” all’epoca, che di fatto avallarono” il loro “convincimento”. E la “mancata acquisizione delle chat segnalate” dal collega e pm Paolo Storari “non solo non riguardava decisivi elementi di prova a discarico, ma non fu” nemmeno “indebita”.

Lo scrive la Cassazione nelle motivazioni della sentenza con cui il 18 giugno, dopo due condanne in primo e secondo grado, ha assolto con formula piena, “perché il fatto non sussiste“, l’ormai ex procuratore aggiunto di Milano Fabio De Pasquale, in pensione anticipata, e il pm Sergio Spadaro, ora alla Procura europea, che erano imputati entrambi per rifiuto di atti d’ufficio per la gestione del procedimento Eni-Nigeria sul giacimento Opl245, in cui si ipotizzava una maxi corruzione internazionale da oltre un miliardo di euro. Processo che nel 2021 si concluse con l’assoluzione, poi definitiva, di tutti gli imputati, tra cui l’ad della compagnia petrolifera, Claudio Descalzi, e il suo predecessore Paolo Scaroni. Dopo il verdetto De Pasquale aveva lasciato la magistratura.

I due magistrati erano accusati di aver nascosto prove favorevoli alle difese. Tuttavia, per la Suprema Corte, “l’atto” che, per l’accusa, “avrebbero rifiutato, non era un atto doveroso, cioè obbligato”, ma potevano anche decidere di non depositare quelle chat nel processo, con una valutazione “discrezionale”. De Pasquale e Spadaro erano difesi dagli avvocati Massimo Dinoia e Fabio Federico.

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