La commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama ha terminato l’esame degli emendamenti proposti dai gruppi parlamentari al decreto legge governativo che introduce nuove regole per i contributi volontari fiscalmente agevolati a favore delle forze politiche. E che prevede, in un regime transitorio di tre anni e con taglio graduale dal 25 al 75 per cento, la conservazione dei fondi statali nella forma di rimborso elettorale per i partiti. Risorse pubbliche che oggi ammontano a 90 milioni di euro complessivi, in cui rientreranno i rimborsi per le spese relative alle consultazioni di maggio per il Parlamento europeo. Nel corso della discussione degli emendamenti, sono state bocciate due modifiche proposte dal Movimento 5 Stelle per “l’abolizione immediata del finanziamento” e un risparmio di “2,5 miliardi di euro“.

Le novità più rilevanti scaturite dal lavoro della I commissione del Senato riguardano fondamentali aspetti economici. L’adozione innanzitutto di un tetto massimo di 100mila euro per i versamenti privati effettuati in un anno da ogni persona fisica, e del limite di 200mila per le elargizioni delle persone giuridiche. La previsione poi di sgravi fiscali pari al 26 per cento della cifra erogata per le donazioni fino a 20mila euro, con equiparazione rispetto alle norme vigenti per le Onlus. Nessuna detrazione viene permessa invece per i finanziamenti al di sopra di tale soglia, così come per le scuole e i corsi di formazione politica promossi dai partiti. L’obbligo infine, formulato in un parere favorevole del governo che sarà discusso nell’Aula di Palazzo Madama, del pagamento dell’Imu per gli immobili di proprietà dei gruppi e movimenti politici.

Piena soddisfazione per il testo scaturito dall’esame degli emendamenti viene espressa dai rappresentanti del Partito democratico, a partire dalla relatrice del provvedimento, la senatrice renziana Isabella De Monte, e dalla presidente della commissione Anna Finocchiaro, aderente all’area della sinistra del Nazareno. A riprova della coesione raggiunta fra le componenti del Pd, compresa quella vicina a Pippo Civati, le parole di Corradino Mineo: “Gli interrogativi e i punti meritevoli di correzioni sono diversi, ma finalmente abbiamo realizzato una riforma attesa da 30, forse 40 anni. Al pari della legge elettorale, finalmente è stato rotto l’immobilismo delle classi dirigenti che ci hanno preceduto”. Giudizio favorevole al provvedimento è avanzato da Andrea Augello del Nuovo centrodestra, che rivendica con orgoglio come la formazione guidata da Angelino Alfano non riceva alcun euro di finanziamento pubblico, e da Roberto Calderoli della Lega Nord.

Molto critiche, per ragioni e punti di vista assai lontani, le altre forze dell’opposizione. La capogruppo di Sel Loredana De Petris, fautrice del mantenimento di un intervento statale nella forma di rimborsi elettorali corrispondenti alle spese effettivamente sostenute e dell’offerta di servizi e strutture per la partecipazione dei cittadini alle iniziative partitiche, spiega che ora la politica sarà appannaggio dei gruppi legati a potenti finanziatori privati e lobby. Giovanni Endrizzi e Francesco Campanella del Movimento 5 stelle, che ha visto respingere tutte le sue proposte qualificanti, ritengono il provvedimento “un’operazione fraudolenta che non abroga affatto gli stanziamenti pubblici, evita la restituzione dei fondi percepiti dai partiti fino ad oggi, privilegia i donatori più ricchi grazie al tetto di 100mila euro per i versamenti”. Sul versante opposto Donato Bruno, che a nome di Forza Italia voleva elevare a 500mila euro quel limite, manifesta “profondo malcoltento verso un testo che comprime la libera volontà delle persone nelle scelte e nel sostegno economico delle proprie convinzioni politiche e civili, e produrrà effetti perversi”. Ora il decreto con le modifiche apportate passa all’esame dell’Aula. L’inizio del dibattito, su cui soprattutto i parlamentari 5 stelle preannunciano battaglia, è previsto martedì 11 febbraio. 

“Mettiamo i partiti con… il portafoglio al muro”, commenta il capogruppo grillino al Senato Vincenzo Maurizio Santangelo, “come temuto, nel corso della discussione, tutti i gruppi parlamentari hanno detto no agli emendamenti del Movimento 5 Stelle che se approvati avrebbero fatto risparmiare immediatamente 2,5 miliardi di euro”. Le modifiche proposte dal gruppo all’opposizione avrebbero, dicono i parlamentari, “abolito immediatamente ogni forma di finanziamento pubblico ai partiti” e quello che, rispettando la recente sentenza della Corte dei Conti, chiedeva l’immediata restituzione dei finanziamenti pubblici percepiti illegittimamente e contro la volontà popolare dal 1997 ad oggi. “Se approvato”, continua Santangelo, “l’emendamento avrebbe costretto alla restituzione delle somme dovute. Nel caso di diniego sarebbe intervenuta anche la magistratura tramite sequestri di beni e liquidità appartenenti ai diversi partiti”. Bocciato anche l’emendamento che prevedeva la restituzione delle somme percepite di finanziamento pubblico ai partiti ma non rendicontate e realmente spese. Anche qui voto contrario”. Una bocciatura che ha scatenato le accuse dei 5 Stelle contro il Partito democratico: “Erano tre proposte di riforma immediate, che non costavano nulla ai cittadini ma solo a pochi burocrati di partito. Altro che la pseudoriforma del Senato proposta da Renzi. I fatti parlano chiaro. Il Partito Democratico di Matteo Renzi è a favore del finanziamento pubblico ai partiti ed ha appena votato “no” come Forza Italia e tutti gli altri partiti a semplici proposte che avrebbero portato 2,5 miliardi di euro nelle casse dello Stato”.