Scomparso a 46 anni per overdose, Hoffman è stato uno degli attori americani più rispettati e apprezzati degli ultimi vent’anni, con alle spalle una carrellata talmente ampia di film da risultare difficile ricordarli tutti. Un talento innato, un fuoriclasse di Hollywood con una carriera in continua ascesa e tanti premi a confermarne il valore (se mai fosse stato necessario).

Un Oscar vinto nel 2006 come miglior attore protagonista per l’indimenticabile interpretazione in Capote di Bennett Miller e tre volte nominato come non protagonista, nel 2008 per La guerra di Charlie Wilson, nel 2009 per Il Dubbio e nel 2013 per The Master, a testimonianza del fatto che aveva una naturale propensione nel dividere il grande schermo, riuscendo a essere una “spalla” eccellente per qualsiasi protagonista, al punto tale da offuscarne spesso il ruolo principale.

E non solo cinema, anzi, all’età di 16 anni aveva già debuttato a teatro, dove si era successivamente diviso in ruoli complessi e diversissimi tra loro, da Il mercante di Venezia, ai due spettacoli scritti da Stephen Adly Guiregis per la compagnia “Labyrinth” di cui lui stesso era il fondatore. Un grande attore anche sul palco quindi, con ben tre candidature ai Tony Awards. Ma il teatro, il cinema e i premi erano solo una minima parentesi della sua breve vita.

Hoffman era tanto altro prima che un eccellente uomo di spettacolo, ma ne sappiamo ben poco perché volutamente teneva la vita privata lontana dai riflettori. Marito fedele da molti anni di Mimi O’Donnell, una costumista conosciuta nel ’99 sul set di uno spettacolo teatrale, padre premuroso di tre figli di 10, 7 e 5 anni e figlio devoto di una madre magistrato e di un padre dirigente d’azienda. Tutte qualità, queste, che passavano in secondo piano quando riaffiorava l’aspetto più cupo dal suo passato. Fin dall’adolescenza aveva avuto problemi di droga. Dopo il diploma alla Fairport High School e il Bfa in teatro alla New York University era caduto in un tunnel di dipendenza dal quale era riuscito a uscire, rimanendo alla larga dagli stupefacenti per oltre 23 anni.

Purtroppo un anno fa, stando a quanto aveva scritto il sito TMZ, era ricaduto nella tossicodipendenza, prima con medicinali, poi con la cocaina, fino ad arrivare all’eroina, la droga delle rockstar, quella stessa maledetta polvere bianca che si portò via Sid Vicious, Jim Morrison e meno di un anno fa il suo giovane collega Cory Monteith. Ma Hoffman era conscio del rischio che stava correndo, non a caso aveva deciso di ricoverarsi in un istituto di riabilitazione nel quale era rimasto per diverso tempo, non abbastanza evidentemente.

Eppure sembrava avercela fatta di nuovo, era pronto a tornare sul set e, ironia della sorte, proprio l’altro ieri l’Hollywood Reporter aveva annunciato i nomi dei protagonisti di Ezekiel Moss, il suo secondo film da regista. Hoffman aveva scelto Jake Gyllenhaal e Amy Adams, sua moglie in The Master, per tornare a dirigere dietro la macchina da presa, dopo il suo debutto nel 2010 con Jack Goes Boating. L’annuncio della sua morte sul sito del Wall Street Journal non è stato altro che un fulmine a ciel sereno.

Nel vederlo ricevere la statuetta nel 2006, nel video in fondo all’articolo, si percepisce la contraddizione di un uomo, da un lato capace di un trasformismo attoriale proprio dei grandi di Hollywood, dall’altro vittima di una fragilità totalmente umana. Voce rotta dalla commozione, mani in preda a un tremore che tradiva un’emozione genuina, vengono i brividi a vederlo candidato nella rosa dei cinque migliori attori protagonisti insieme a Heath Ledger, che di lì a due anni sarebbe scomparso in circostanze tragicamente simili. Era lo stesso anno in cui Sidney Lumet lo sceglieva per il ruolo di un agente immobiliare eroinomane in Onora il padre e la madre, una pellicola che, a vederla oggi, risulta tristemente profetica.