Una poltrona è per sempre, deve aver pensato Pier Ferdinando Casini quando nel 1987 per la prima volta entra a Montecitorio con 50 mila voti sulle spalle. Ventisette anni dopo la coerenza non lo abbandona nell’ultimo girotondo: il Parlamento val bene una messa. Continua il pellegrinaggio da una cattedrale all’altra. Per non tradire quel gentil pensiero ha attraversato gli anni un passo in là, un passo indietro, sfumato e perbene, sorrisi sempre.

Navigando si impara ad attraversare le tempeste alla ricerca del vento leggero. Sorrideva alle spalle di Bisaglia, ministro delle Partecipazioni statali. Appena laureato deve aver pensato alla fragilità della politica adocchiando le Officine Reggiane. Negli anni neri fabbricavano carri armati; locomotive negli anni Dc: fra mille cose, il ministro delle sue tessere doveva controllarle. E il ragazzo “accetta” la prima poltrona da dirigente. Non si sa mai la vita. Ma quando l’Efim vende le Reggiane con l’acqua alla gola, il Fantuzzi che compra è costretto al dimagrimento: centinaia di tute blu a casa. “Questo dottor Casini cosa fa ?” vuol sapere l’avvocato Contino, commissario liquidatore. Lo cerca invano nei registri delle presenze. Per 11 anni nessuno lo ha visto. E finisce nel pacco di chi se ne deve andare.

A Roma si precipita l’onorevole con 11 anni di pensione al sicuro. Magari non dice “non sa chi sono io” ma non sembra contento di lasciare il posto a chi vive di un solo stipendio. Per fortuna la politica sistema tutto, e nell’estate bollente il Parlamento vota la leggina che apre ai dirigenti licenziati dalle aziende di Stato, la direzione di altri enti pubblici. Purtroppo Casini figura in non so quante commissioni parlamentari.

L’incompatibilità restringe la scelta: l’onorevole si candida al Coni. Non riesce a infilare la tuta. L’uragano Tangentopoli rovescia i partiti. Ricomincia abbandonando la Dc ormai Partito Popolare nelle mani di Martinazzoli. Nel cassetto i ricordi degli anni spensierati: sul palco di Rumor assieme a Follini e Franceschini. O alle spalle di Forlani che negli affetti sostituisce Basaglia. Continua a sorridere alle spalle del Caf, Craxi, Andreotti e quel povero Forlani circondato da numerari P2 e distrutto dagli orribili procuratori di Milano. Sodalizi con Mastella, Buttiglione, eccetera. Il Forlani dalle parole misurate lo sconsiglia di abbandonare gli eredi Dc. Conserva nella memoria l’immagine di un “giovane corrente, garbato nel tratto ma con autonomia di giudizio”.

Prevale l’autonomia quando incontra il terzo protagonista della vita: Berlusconi. Gli Esteri lo tentanto, ma sceglie la presidenza della Camera con lo sguardo (malignità della buvette) rivolto al Colle. Intanto gira il mondo fino alle favelas di Rio dove scioglie la compassione per i derelitti mentre l’equipaggio dell’aereo di Stato fa chiacchiere al Copacabana Palace a proposito della spiaggia dove sta nuotando il passeggero d’onore.

Ecco l’addio che infuria il Cavaliere e il riabbraccio quando Bruno Vespa festeggia 50 anni di giornalismo: Casini gianburrasca si ritrova tra i Berlusconi padre e figlia Marina, Gianni Letta, cardinal Bertone, Draghi, Geronzi, insomma Chiesa delle banche che lo rassicura mentre col Monti sfiduciato prova a resuscitare quel Centro che non c’è più. Non si arrende fino all’ultima a cena, casa De Mita, Passera ex ministro e Follini attorno al tavolo. Fa due conti per non finire come Fini: meglio riguadagnare l’ovile Forza Italia anche se il benvenuto è un gelo. Farfallone politico? I suoi elettori devono capire: non sono peccati di vanità, solo amore per l’Italia alla quale ha sacrificato tutta la vita.

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Il Fatto Quotidiano, 4 Febbraio 2014