Di nuovo la corruzione balza sui titoli dei giornali e di nuovo le classifiche ci fanno vergognare del nostro paese.

Ma in Italia la corruzione si vuole davvero contrastare? Lo sportello anti-corruzione Sos corruzione gestito solo da volontari è un’esperienza unica e abbiamo riscontrato sia stata estremamente utile nel dare risposte, indirizzare la moltitudine di cittadini corretti che si trovano di fronte a questo male. Lo gestiamo dal sito www.signorirossi.it solo con le nostre forze e abbiamo proposto più volte di trasferire l’esperienza a istituzioni più solide, per ora senza ottenere sostegno.

Non credete sia un po’ pochino, per un paese in cui l’ammontare della corruzione equivale a metà di quella europea?

Lo sportello Sos Corruzione rappresenta la risposta civica a un vuoto normativo e di strumenti dello Stato, che viene a più riprese sottolineato nel report della Commissione Europea. Ed è emblematico che non esistano altri sportelli in Italia e che tale servizio sia gestito in maniera volontaria, con i tempi e le imperfezioni che ne conseguono.

Inoltre, stando all’allarme lanciato dalla Commissione Europea, che dichiara “ancora insufficienti le nuove disposizioni sulla tutela del dipendente pubblico che segnala illeciti”, nulla è cambiato dopo la mia esperienza e dopo le testimonianze emerse dallo sportello sui rischi e sulle gravi conseguenze (isolamento professionale, danni economici, silenzio mediatico e inevitabili turbamenti psicologici) che un ufficiale pubblico subisce quando in Italia denuncia un tentativo di corruzione e inizia da solo un iter che durerà sette anni e si risolverà immancabilmente con la prescrizione degli imputati (altra anomalia italiana).

Una soluzione alternativa ci sarebbe. Lo raccontiamo, io, Stefano Di Polito e Alberto Robiati, nel libro “C’è chi dice no” edizioni Chiarelettere.

Attraverso la descrizione di altre esperienze di contrasto alla corruzione, tra cui l’impegno civico di Giancarlo Caselli e di Don Luigi Ciotti, l’attività di ricerca di alcuni centri universitari in Italia e la testimonianza diretta di amministratori virtuosi, noi tre autori siamo giunti alla conclusione che l’unica forma di riduzione della corruzione possibile sia la gestione delle aziende pubbliche aperta ai cittadini.

La custodia attenta da parte dei cittadini di un’azienda pubblica porterebbe da un lato alla rinascita di un senso diffuso dello Stato e creerebbe dall’altra un’azione preventiva e di controllo sulle nomine nei consigli d’amministrazione e sulle scelte aziendali.

Dopo la mia esperienza a Napoli, raccontata nel libro proprio per diffondere tale modello, devo ammettere, però, che altri casi di gestione collettiva e partecipata non si sono più verificati. Forse anche per come si è conclusa la vicenda di Napoli.

Nel mentre l’allarme per la corruzione in Italia continua a suonare, invano, da più di venti anni e noi assistiamo impotenti e scandalizzati, senza neppure il servizio minimo ed essenziale di uno sportello pubblico o un numero verde a cui rivolgersi nel caso in cui qualcuno ci chiedesse o ci proponesse una tangente.