Segnatevi questa data: 28 dicembre 2013, giorno dell’ultima assemblea di Mps prima della nazionalizzazione. Merito dell’attuale classe politica che in appena dieci anni di spartizione di poltrone e nomine è riuscita a distruggere la banca più antica del mondo. Che ora sarà una voce in più tra le tante passività dello Stato. Del resto il governo non può permettersi di far fallire la banca, meglio tenerla in vita a spese degli italiani: perché i quattro miliardi di Monti bond concessi a Rocca Salimbeni qualcuno deve pur pagarli. E la banca, che ne ha beneficiato, non ce la farà. Nonostante le tante belle parole e le mille rassicurazioni, l’assemblea dei soci oggi ha posticipato di sei mesi l’indispensabile maxi aumento di capitale da 3 miliardi di euro. Andava fatto entro gennaio, come fra l’altro garantito alla Commissione Europea tra le condizioni imprescindibili per ottenere il via libera al piano di ristrutturazione. Cosa accadrà adesso? O salta fuori un’altra cordata di capitani coraggiosi in stile Alitalia (con i noti ottimi risultati) o la banca finisce nelle mani dello Stato.

Antonella Mansi, che ora guida la Fondazione, punta ovviamente alla prima opzione. Palazzo Sansedoni si libererà il prima possibile dell’intero pacchetto di Mps, perdendo il ruolo di azionista di riferimento, cercando di rimborsare i 340 milioni di debiti contratti con altre banche e poi partecipare all’aumento di capitale a giugno conservando una quota minima di Rocca Salimbeni. Nel frattempo dovrà trovare un gruppo di investitori in grado di garantire l’aumento da 3,5 miliardi di euro. Solo così si scongiura la nazionalizzazione. Insomma comunque vada sarà un fallimento, l’ennesimo fallimento italiano merito dell’attuale classe politica.

Fondata nel 1472 come monte di pietà per “dare aiuto alle classi disagiate della popolazione della città di Siena” (sintetizza Wikipedia) è stata affondata dalle “aspirazioni di mantenimento della propria leadership” dei vertici (hanno ricostruito i magistrati titolari delle inchieste su Rocca Salimbeni). I “vertici” cui fanno riferimento i pm della Procura di Siena (AntoniNo Nastasi, Aldo Natalini e Giuseppe Grosso) ruotano principalmente attorno a una singola figura: l’ex presidente della banca e prima della fondazione, Giuseppe Mussari. Un anonimo avvocato di Catanzaro che scala nomine e incarichi grazie alle sue conoscenze e amicizie politiche, fino a raggiungere la presidenza dell’Abi, l’associazione bancaria italiana, grazie al fondamentale placet dell’allora leader di Unicredit Alessandro Profumo, che guarda caso poi lo sostituirà alla guida di Mps.

Portato a Siena dall’ex sindaco Pierluigi Piccini, voluto prima in fondazione e poi in banca da Franco Ceccuzzi, altro ex primo cittadino (dalemiano) della città toscana, Mussari è solo il frutto malato dell’albero cui la politica come una gramigna ha tolto linfa vitale svuotandone le casse. I pm hanno cercato di individuare la tangente. Inutilmente. Perché la vera tangente era la gestione della banca: guidare Mps voleva dire distribuire nomine e fondi ad amici e conoscenti.

E così dalle carte dell’inchiesta sull’aeroporto Ampugnano si scopre che Fondazione e banca finanziavano dal circolo del tennis di Orbetello su richiesta di Giuliano Amato, oggi giudice della Corte Costituzionale, al teatro Biondo di Palermo dopo espresso intervento di Gianni Letta. E a chi si erano rivolti Amato e Letta? Direttamente a Mussari. Così come hanno fatto Daniela Santanché, Piero Fassino, Romano Prodi, Matteo Renzi. Giusto per citarne qualcuno. Mussari ha in pratica anticipato le larghe intese governative. Tra le decine di migliaia di carte delle ormai cinque inchieste avviate sull’universo Mps, c’è anche un papello che riporta l’accordo di spartizione tra centrosinistra e centrodestra. Ceccuzzi e Denis Verdini misero nero su bianco la divisione nomina per nomina.

Nella banca, in Fondazione ma anche nei Comuni e persino il candidato presidente della Provincia vincitore e quello sconfitto. In pratica le ultime provinciali sarebbero state una farsa, una recita decisa a tavolino. Tutte cose note, oggi. Da quando, il 22 gennaio 2013 Marco Lillo sul Fatto Quotidiano dà notizia, in esclusiva, di un accordo segreto siglato nel 2009 tra Mps e Nomura per ristrutturare il debito di Rocca Salimbeni per centinaia di milioni di euro. Un accordo voluto da Mussari e tenuto segreto al mercato, così da poter falsificare il bilancio e distribuire un dividendo simbolico ma indispensabile per “sopravvivere” e passare dalla guida di Mps a quella addirittura dell’Abi. Mussari sarà poi costretto a dimettersi e oggi è a processo, ma la banca s’è ritrovata un buco di 740 milioni di euro e ora deve restituire 4 miliardi (quattro miliardi) di Monti bond. Un buco evitabile, un fallimento evitabile, un risanamento ovviamente a sberle di tasse evitabile. Se i banchieri facessero i banchieri e i politici si limitassero a fare i politici.