Un appello e una soluzione. A chiedere un piano b sono i lavoratori e sindacalisti del Teatro dell’Opera di Roma, preoccupati per il futuro della fondazione lirica partecipata dal Campidoglio. Il motivo? La riorganizzazione pensata ai piani alti del ministero della Cultura, con la legge Bray, che crea un fondo per le strutture in crisi. Soldi che possono essere restituiti in un solo modo: licenziando il 50% dei dipendenti e tagliando la metà degli stipendi di chi resta. Un primo assaggio di questo cambio di rotta si potrebbe avere già lunedì 23 dicembre, quando si riunirà il consiglio di amministrazione appena nominato e guidato dal sovraintendente Carlo Fuortes. Orchestrali e cantanti chiedono di non intraprendere questa strada. Le organizzazioni sindacali mettono sul piatto un piano di riduzione dei costi, che non intacchi la quantità e la qualità della produzione. Ma il loro grido d’allarme, per ora, non è stato raccolto dal sindaco Ignazio Marino.

Per capire questa storia, però, si deve partire dall’inizio. La sofferenza del settore inizia con la diminuzione degli stanziamenti per il Fondo unico per lo spettacolo. Oggi il Fus, infatti, è di soli 400 milioni di euro per le rappresentazioni che vanno in scena in tutta Italia. Senza dimenticare che l’Opera della Capitale ha già avuto la sua cura dimagrante: tra il 2008 e il 2013, tagli al personale per 10 milioni di euro. Tradotto: 130 persone licenziate in 5 anni, passando da 631 lavoratori a 480. Per i 200 precari nessun paracadute. Le risorse per il personale scendono così da 44 a 38 milioni di euro, in un bilancio da 56 milioni totali (il 90% arriva grazie a finanziamenti pubblici). Il milione per i dirigenti resta. Nonostante questo per 48 mesi il Teatro chiude in pareggio i conti. Poi la vittoria di Zingaretti alla Regione Lazio e Marino al Comune. Con il primo che si ritrova un debito di circa 8 milioni di euro accumulato in 3 anni, mentre il secondo ha deciso che palazzo Senatorio, a stagione in corso, stanzierà 17 milioni. All’appello ne mancano 3. E le spese della fondazione superano le entrate, con il sovraintendente “costretto ad entrare nella legge Bray”, dicono i dipendenti.

Per qualcuno di loro il piano è chiaro: “Abbandonare al suo destino l’Opera”. Perché? “Per dare un contentino a sinistra”, aggiungono. Il primo arriva proprio con la nomina di Fuortes, vicino a Goffredo Bettini. L’inventore del ‘modello Roma’ e kingmaker dei democratici capitolini sarebbe pronto per il posto da amministratore delegato nella società dell’Auditorium. E il cda che, a corto di liquidi, direbbe “sì” al fondo pensato da Salvatore Nastasi, direttore generale per gli Spettacoli dal vivo. Una strada che non lascerebbe scampo: licenziamenti e tagli di stipendio all’orizzonte. Decisione che potrebbe arrivare già nelle prossime ore. Il sovraintendente, giurano, è pronto a firmare. La scelta di sabato 21 dicembre di andare in scena con lo sciopero dell’orchestra in corso, utilizzando un nastro pre-registrato come sottofondo musicale, non aiuta.

Fials, Cgil e Libersind pronti a denunciare il numero uno dell’Opera per “comportamento antisindacale” (articolo 28 dello statuto dei lavoratori). Resta l’ipotesi ristrutturazione. Che potrebbe allontanare il maestro Riccardo Muti, “facendo perdere qualità e fascino alla nostra struttura”. E facendo sparire i partner privati. Per questo i dipendenti chiedono di fermare quella che chiamano “macelleria sociale”. L’appello è per il sindaco. “Marino – aggiungono – è mal consigliato. Per risparmiare 10 milioni di euro smantella uno dei biglietti da visita della nostra città”. I sindacati non sono contrari a prescindere alla riorganizzazione. Sono pronti a dire “sì” alla spending review, “ma in modo graduale”. “Bisogna sfruttare il valore aggiunto di Muti – continuano – per attrarre capitali e pensare a un’integrazione con il sistema turistico”.