L’idea parte da lontano e pensavo di poterne scrivere con agilità. Invece mi accorgo che ho la consapevolezza del problema, ma non delle interpretazioni del problema stesso. Eppure mi ci sono messo di buona lena, anche insieme ad altri amici, tutti spinti da una sorta d’urgenza, dalla condivisione del desiderio di trovare una direzione, una spiegazione. Insomma, dovevamo dirci se è vero. Ed è vero, verissimo. Tutti partivamo da una certezza: quella del padre è una figura, al giorno d’oggi, decisamente in crisi.

Ci siamo messi in sette, qualche settimana fa. Sette come i samurai di Kurosawa e i magnifici di Sturges. Sette come i nani e come i peccati capitali che, declinati uno a uno hanno nome al femminile, ma come categoria no. Il sette deve avere in sé del testosterone. Infatti quella sera eravamo lì in sette, tutti uomini alle prese con un dilemma e una ricca cena casalinga. Mentre le ganasce lavoravano duro cercavamo la via per rompere il ghiaccio e cominciare finalmente a parlare di ciò che ci aveva lì riuniti. Una specie di timidezza di genere ci stava condizionando. Come dice il mammouth nel terzo capitolo dell’Era glaciale i maschi non parlano di problemi di maschi, si danno un’energica pacca sulla spalla. Per noi vale come sei mesi di psicanalisi. Qualcosa così.

Tre ore, siamo andati avanti. Ho qui davanti fogli di appunti pieni di saggezza e sincerità. E confidenza. E autocritica. Tanta sincerità i maschi non se la concedono nemmeno al termine di un derby perso malamente, quando c’è da prendere atto che la propria squadra fa insindacabilmente cagare come temevi.      

E adesso cosa me ne faccio di tutti questi appunti? Si fa un gran dibattere, da un po’ di tempo, intorno a questa società orfana di padri, in tutti i sensi, dal più terra terra al più metaforico. Orfana di padri di famiglia che abdicano quotidianamente al ruolo per incapacità, per inadeguatezza, per irresponsabilità o chissà per che altro. Orfana di padri della patria capaci d’indicare una via d’uscita. Orfana di guide, di maestri, di mentori. Di padri, appunto. E noi sette che siamo tutti, ciascuno a modo suo, educatori e quasi tutti, ciascuno a modo suo, padri di famiglia, desideravamo dire la nostra. E abbiamo parlato in una sorta di cenacolo umanistico che ci ha fatto bene e star bene. Tutto per dire che sì, la figura del padre, dei Padri, del Padre è in crisi.

Che scoperta!

Fissato l’ovvio si va oltre. Forse lo è anche quella della madre. Allora può essere che sia in crisi, più globalmente, la figura genitoriale. Bisogna perciò ragionare per generi e lì la differenza spicca assai marcata. L’uomo, il maschio, è decisamente più in crisi della donna in quanto femmina. Il maschio arranca, forse arretra, sia come uomo che come padre. La donna tiene duro, probabilmente avanza, se non come madre, sicuramente come femmina. Comunque non è questo, no, non c’interessa il confronto, poiché confronto non si pone, non c’è decisamente partita.

Sono i perché la materia difficile da estrarre. Ci sono, esistono, come l’oro in certi filoni, ma senza il mercurio non riesci mica a estrarlo. Il mercurio necessario potremmo anche trovarlo, forse ne abbiamo perso un po’ per strada e allora è il caso di tornare indietro a cercarlo. Quindi, più leggo quegli appunti e più mi accorgo che il tema dovrà occupare almeno due puntate di questo blog. Una è questa, l’altra mi sta già nascendo nella testa, ma so che non potrà che essere una riflessione aperta.

Di quella sera posso però dire che mi è rimasta impressa una frase, riferita da quello che tra noi ha più di altri il fisique du role della guida paterna. E’ un tipo grande e grosso con due manone così e la vociona, il tipo che non ti dispiacerebbe avere con te rendendoti conto di aver confuso la tribuna dei tifosi di casa con quella degli ospiti. Poco prima di raggiungerci alla serata informale aveva accompagnato da qualche parte il figlio adolescente e gli aveva raccontato cosa sarebbe andato a fare di lì a poco. “Vado a parlare di cosa significa essere padre” aveva detto, suppergiù. “Che cavolo devo dire?”

“Spero che dirai che è bello essere padre”.

Ecco, è a queste parole di un figlio che vorrei affidare il compito di chiudere questo primo tempo. Un fischio balsamico, che ti concede respiro in una fase della partita in cui non ne avevi più dopo l’intervallo, si ritorna in campo con mentalità e energie rinnovate. Speriamo. Dai, ci si risente tra tre giorni.

Continua…