Umberto Bossi ha rischiato di finire nella lista nera di Cosa Nostra: troppo pesanti le sue posizioni contro il Meridione… Talmente pesanti che avevano infastidito Leonardo Messina, all’epoca spietato uomo d’onore di Caltanissetta e fedelissimo del boss Piddu Madonia. Era il 1991, Tangentopoli e le stragi dovevano ancora fare capolino nella storia italiana, e Messina aveva pensato di assassinare il leader della Lega Nord. “Un giorno c’era Bossi a Catania e io dissi a Borino Micciché: questo ce l’ha con i meridionali: vado e l’ammazzo” ha raccontato l’ex uomo d’onore, oggi collaboratore di giustizia, deponendo come teste al processo sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra, in corso all’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo.  

L’idea di assassinare Bossi, però, venne bloccata immediatamente dallo stesso Micciché, all’epoca capomafia di Enna. “Mi disse di fermarmi: questo è solo un pupo, disse. L’uomo forte della Lega è Miglio che è in mano ad Andreotti. Insomma, si sarebbe creata una Lega del Sud e la mafia si sarebbe fatta Stato” ha detto Messina, aggiungendo che “in Cosa nostra si diceva che Andreotti era uomo d’onore, che era punciuto (punto, ovvero affiliato formalmente, ndr) e che ci avrebbe garantito al maxiprocesso: si riteneva che sarebbe finito in barzelletta. Poi quando si seppe che invece a presiedere il collegio giudicante che avrebbe celebrato il maxi sarebbe stato un altro (e non il giudice Corrado Carnevale ndr) si capì che i politici si erano allontanati”.  

Secondo la ricostruzione dell’accusa, la data che cambia per sempre la storia d’Italia è il 30 gennaio del 1992, quando la Corte di Cassazione mette il bollo sulle condanne del Maxi Processo: è in quel momento che Riina decide di eliminare i politici che non avevano mantenuto i patti e dichiarare quindi guerra allo Stato. Un passaggio cruciale, che Messina aveva già svelato anni fa, quando molte sue dichiarazioni erano finite nel fascicolo sui Sistemi Criminali, l’inchiesta della procura di Palermo sulle strategie eversive di Cosa Nostra e di altre associazioni criminali, poi archiviata nel 2001. “All’inizio degli anni ’90 Cosa nostra era pronta ad acquistare dalla ‘ndrangheta una grossissima partita di armi investendo circa 2 miliardi di lire” ha raccontato Messina. 

Le sue dichiarazioni sulle spinte eversive della mafia, fanno il paio con quelle dello stesso Gianfranco Miglio, che in un’intervista a Il Giornale, teorizzò la “legalizzazione” di Cosa Nostra. “C’è anche un clientelismo buono che determina crescita economica“­ disse l’ideologo della Lega -­ Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate”. E’ per questo motivo che tra il 1992 e il 1993 nascono in tutto il Sud movimenti indipendentisti, omologhi meridionali della Lega Nord. A spingere per le stragi e per un impegno diretto in politica delle associazioni criminali, non è soltanto Cosa Nostra.  

“Mi venne detto chiaramente, tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992, che c’era una commissione nazionale che deliberava tutte le decisioni più importanti. Una commissione in cui sedevano i rappresentanti di altre organizzazioni criminali”. Sullo sfondo dell’eversione targata Cosa Nostra, spunta anche l’ombra della massoneria. “Tutti i capi di Cosa nostra facevano parte della massoneria” ha spiegato Messina, che decise di diventare collaboratore di giustizia nel giugno del 1992. Il primo pm a cui affida i suoi segreti è Paolo Borsellino, che lo interroga per l’ultima volta il 17 luglio del 1992. “Quel giorno ­ racconta Messina ­ il dottore Borsellino era molto nervoso, accese un’altra sigaretta e prima di andare via mi disse: signor Messina, è arrivata la mia ora. Non c’è più tempo, la saluto. E non l’ho più visto”. In quel momento l’autobomba da piazzare in via d’Amelio era quasi pronta. 

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