La telefonata di Nichi Vendola è tremenda, moralmente tremenda, perché testimonia quel rapporto amicale e quasi complice tra politici (anche i più stimabili) e potenti (anche i meno presentabili). Le risate, le promesse, l’arroganza. E il totale disprezzo per i giornalisti liberi. Era già nota parte del testo, ma ascoltare quella voce fa un altro effetto. Un effetto terribile. Se possibile la difesa di Vendola, e dei suoi quattro o cinque fanboy, è persino peggiore: non se la prendono con se stessi, ma con chi ha pubblicato l’audio di quella telefonata. Come se la colpa morale non risiedesse in ciò che è stato detto, ma nell’averlo reso noto. 

A chi scrive che “così il Fatto fa il gioco della destra”, è facile replicare che i giornali non devono porsi il dubbio se una notizia (vera) giovi a Tizio o a Caio (il famoso “cui prodest“): devono semplicemente dare la notizia (vera). Anche se riguarda un politico che si stima(va). Ai finti smemorati che ripartono con la litania del “Fate il gioco di Grillo”, pare giusto ricordare che Grillo e Casaleggio, previo post del primo Galeazzone Ciano incontrato per strada, hanno provato a sfanculare il Fatto giusto un mese fa, scivolando peraltro in una delle loro peggiori bucce di banane. Il Fatto fa informazione e denuncia tutto ciò che scopre. La cacciata di Tavolazzi dal Movimento 5 Stelle, per esempio, la dette proprio Ilfatto.it. E certo Grillo, e più ancora Casaleggio, non ne furono felici. Gli eterni detrattori si mettano l’animo in pace: siamo un giornale libero e l’unico padrone che abbiamo è la Costituzione. Per questo siamo così amati e per questo generiamo un tale rosicamento (peraltro molto divertente da leggere).

Occorrerebbe smettere di ragionare da tifosi e imparare a essere esigenti anzitutto con chi sembrava meritare la nostra fiducia. Vendola è politicamente e moralmente indifendibile. Se quella telefonata avesse riguardato Berlusconi, Vendola si sarebbe incatenato in piazza chiedendone (giustamente) la cacciata. Se avesse riguardato Grillo, stampa e tivù italiane ne avrebbero come minimo chiesto l’ergastolo. I primi arrabbiati dovrebbero essere proprio gli elettori di Sel, perché se è vero che mai Vendola ha riso dei tumori (ci mancava solo questo), è altrettanto vero che i toni di quel colloquio sono oltremodo deludenti e fastidiosi: pressoché inascoltabili. Lo è il definire “provocatore” un giornalista libero, lo è sghignazzare per la violenza di un potente che strappa il microfono dalle mani di un cronista, lo è il promettere a Riva che “il Presidente non si defila”: invece di supercazzolare arrampicandosi sugli specchi, il Caro Compagno Leader Nichi chieda scusa e si dimetta. Ora, anzi ieri. 

A me il suicidio di Vendola non fa piacere: fa incazzare. Certi toni, da certe persone, me li aspetto. Da Vendola – per quanto mai suo elettore – non me li sarei voluti aspettare. E questo suo lamentare complotti e macchine del fango, come un Berlusconino qualsiasi, mette malinconia. Come ha qui scritto Peter Gomez: “Per tutto il pomeriggio lo avevamo cercato in più colleghi telefonandogli, inviando sms e parlando con il suo entourage. Volevamo dargli la possibilità di replicare e avevamo pensato di chiedergli se, alla luce di quanto è accaduto a Taranto, non si fosse pentito dei suoi comportamenti. Vendola non ha risposto, né richiamato. Oggi però querela. E la sua replica, arrogante, dice tutto. Meglio così. Ci vedremo in tribunale. Ne siamo felici”.

E come ha scritto Massimo Gramellini: “Il bubbone italiano è tutto in questa danza che i potenti ballano tra loro, in questa confusione continua di ruoli che non sempre configura dei reati, ma instaura comunque un clima complice, un circuito chiuso al cui interno si consuma lo scambio dei privilegi e dei favori. Chi è fuori dai giochi vi assiste con rabbia o con invidia, a seconda dei gusti e del carattere. È un bubbone incurabile. Si può soltanto estirpare, sostituendo radicalmente la classe dirigente e fissando regole che ne prevedano il ricambio totale ogni dieci anni. Prima che si formi il nuovo bubbone. Non è detto che chi arriva sia migliore di chi se ne va. Ma il salto nel torrente è preferibile a questa pappa in cui ormai si può solo affogare”.

E’ davvero tempo di cambiare tutto, possibilmente con un ricambio autentico (dunque drastico) e non con l’avanzata dei giovani vecchi alla Orfini o Alfano (non basta avere 40 anni per essere meritevoli). Vendola poteva migliorare la politica. Ci ha provato, non c’è riuscito. La telefonata con Archinà sta a Vendola come l’inchiesta di Report (peraltro non impeccabile, a voler essere eufemistici) su Di Pietro. Si regali una degna uscita di scena: si dimetta. E lasci spazio a chi, per esempio Claudio Fava o Giorgio Airaudo, certe risate (e certe promesse) mai le ha fatte. O così è lecito sperare.

P.S. Se poi Maurizio Landini, e magari Stefano Rodotà, e magari anche Pippo Civati provassero a costruire davvero un polo credibile di sinistra, giusto per fronteggiare l’eterno inciucio e per rinforzare (e dunque aiutare) quel blocco di autentica opposizione che è ormai sola esclusiva del Movimento 5 Stelle, male non sarebbe.