Nel suo articolo di ieri su The New York Times Paul Krugman strapazza senza indugi Standard & Poors, la nota agenzia di rating, che venerdì scorso aveva inopinatamente declassato la Francia da “AA+” a “AA”. La notizia del declassamento era già stata prontamente riportata da Reuters e da altre agenzie di informazioni, tuttavia il declassamento non ha prodotto alcuna reazione nei mercati, e questo, per molti osservatori, era già un chiaro segnale della pretestuosità della decisione di S&P. Ma Krugman è andato molto più in là, lui ha dato una chiara interpretazione alla mossa di S&P inquandrandola addirittura in una perfida ideologia mirante a devastare il modello del “Welfare State” francese.

Krugman titola addirittura il suo articolo: “Il complotto contro la Francia”, e unisce in questa manovra destabilizzante, oltre a S&P, “la rivista The Economist, che un anno fa equiparava la Francia a una bomba a orologeria nel cuore dell’Europa” e i politici conservatori americani che predicano in continuazione politiche di austerità per ridurre il deficit, “ma ai quali non interessa in realtà niente del deficit avendo come solo interesse quello di incutere paura al fine di imporre la loro piattaforma ideologica”. Quindi questo declassamento è solo la conseguenza della cocciutaggine di Hollande, che non vuole piegarsi allo smantellamento del welfare francese. Krugman naturalmente non si limita alle semplici affermazioni, ma le sostiene con dati di fatto sull’efficacia delle politiche di riduzione del deficit operate dalla Francia negli ultimi tre anni, politiche che sono accompagnate, secondo Krugman, da dati economici e demografici confortanti. Persino, su alcuni aspetti, migliori di Olanda e Germania.

Ma, dice Krugman, tutto questo non basta ai petulanti critici europei e americani (Rehn e Ryan), perché loro conoscono un solo parametro utilizzabile al fine di ridurre l’indebitamento: quello dei drastici tagli alla spesa pubblica. Siccome Hollande ha voluto invece accompagnare i tagli possibili a un necessario incremento dell’imposizione fiscale, ecco che si è reso necessario punire quel “socialista sovversivo” (In America tutti i socialisti sono, per definizione, “sovversivi” – ndr). Non faccio fatica a “sposare” questa tesi di Krugman, dato che anch’io, da almeno un paio di anni a questa parte, dico più o meno le stesse cose sulle reali finalità dell’austerity. Ma è ancora Krugman ad avvertire di fare attenzione a quando si sente pronunciare, nelle dichiarazioni dei politici, la necessità delle “riforme strutturali“. E’ una frase “codificata” che significa semplicemente “deregolamentazione”. Aggiungo io: fate attenzione anche a quando esaltano gli “incrementi della produttività”.  

La prima non è utile alla gente per star meglio, ma solo per consentire agli affaristi di fare più affari, non importa se a discapito della salute o del welfare. La seconda è solo un modo elegante per indicare la necessità di operare un severo sfruttamento della forza lavoro. Avendo la “libera competizione” costretto alla fuga le imprese dal territorio nazionale, l’unico modo possibile di competere per le aziende che rimangono è quello di aumentare la produttività. Cioè sfruttare più a fondo i lavoratori e privarli delle conquiste fatte nel secolo scorso.