Nel 2001, da alcuni reportage dal primo Global Forum di Porto Alegre venne fuori che, pur nella generale gestione democratica del grande evento, (al quale parteciparono centinaia di migliaia di persone, in gran parte giovanissimi), si erano verificati episodi di stupro.

Allora scrivevo sul settimanale Carta e mi misi a fare ricerche per appurare i fatti e trovare le fonti: alcune attiviste brasiliane avevano scritto articoli di denuncia e raccolto testimonianze, con il supporto di avvocate, per aiutare le vittime.

Non si trattava di infangare l’enorme lavoro fatto da chi aveva organizzato l’evento, né di generalizzare: la portata globale della giusta protesta contro la globalizzazione e il neoliberismo non era in discussione. Le attiviste che avevano raccolto le denunce volevano aprire una discussione che portasse alla luce un problema reale: non si poteva sostenere di voler cambiare il mondo e di lottare contro le ingiustizie se si permetteva, nei proprio luoghi, di violentare, e se si minimizzava, o si occultava, questa violenza.

Se i luoghi della lotta alternativa al dominio potevano prevedere la violenza e il sessismo, in qualunque sua forma, allora voleva dire, affermavano le femministe, che questa lotta aveva qualcosa che non andava.

Non fu facile trovare materiale sul quale scrivere, né pubblicare l’articolo: negli ambienti del giornale, (e in generale a sinistra), la materia era spinosa: da più parti mi venne chiesto, (come mai prima), di ‘verificare’ le fonti con attenzione, di pensare bene agli effetti negativi nel lanciare accuse sul ‘movimento’. In sintesi: se la notizia fosse stata che esterni ‘fascisti’ avevano fatto violenza durante il Forum era un conto, se si trattava di ‘compagni’allora era un’altra cosa.

I panni sporchi si lavano in famiglia, insomma. Son giovani, magari le ragazze erano un po’ brille, sono cose che succedono negli eventi di massa, non è il caso di farne un dramma, poi la stampa di destra strumentalizza, non le hanno mica ammazzate: ecco alcuni sottotraccia dietro alle obiezioni e preoccupazioni sull’opportunità di scrivere.

Ne scrissi comunque, convinta che affrontare cose scomode è proprio il compito di chi vuole cambiare il mondo e lotta contro le ingiustizie. Sempre, anche e soprattutto evidenziando le contraddizioni del proprio luogo, nella propria famiglia, nel proprio gruppo di riferimento, o partito, o sindacato, o movimento.

A dodici anni distanza ecco un’altra vicenda spinosa.

Ma questa volta siamo a Milano: a fine settembre, nel primo dei tre giorni di occupazione temporanea dell’Acqua Potabile da parte del centro sociale Zam con la Rete Studenti in Movimento tre donne, a tarda notte, si fermano in questo spazio. Sono anche loro attiviste vicine ai centri sociali, frequentano radio antagoniste, si definiscono ‘militanti’.

Non vanno lì a caso, proprio perché ritengono gli spazi occupati luoghi sicuri, nei quali si può condividere uno stile di vita e di pensiero che è anche il loro.  E invece succede qualcosa che non va: entrate all’interno, sono cacciate in malo modo da alcuni degli occupanti, ragazzi molto giovani che usano modi e termini che loro stesse faticano a riconoscere come ‘appartenenti a un territorio politico comune e condiviso’.

Come scrivono Giulia Tosi, Marica Rizzato e Silvia Eleonora Longo in una memoria sull’accaduto che stanno facendo girare: “Abbiamo cercato di capire e discutere questi atteggiamenti, suscitando l’unica reazione di acuirli (per fare un esempio, affermazioni come ‘questa è casa nostra’, ‘ve ne dovete andare’, ‘avete rotto i coglioni’). Dopo un po’ abbiamo deciso di andare via, e per concludere la ‘diatriba’ buttandola sullo scherzo, ma al tempo stesso sottolineando che non riconoscevamo questi modi da ‘ultras’ come parte di un modo di agire ‘a sinistra’, abbiamo pensato di fare uno scherzo prendendo la bandiera appesa sopra all’entrata dell’edificio (che dopo scopriremo essere la bandiera di Dax e Zam), e scimmiottare una tifoseria.

Sotto gli occhi di alcuni di loro, mentre palesemente ridevamo e giocavamo, abbiamo quindi staccato questa bandiera, scatenando una reazione violenta che si è abbattuta sulle nostre persone, con pugni, calci, bastonate, spintoni e insulti, e sulla macchina con cui eravamo venute, distrutta a colpi di calci. Un’aggressione che ci ha fatto riflettere sia sulla dose di violenza repressa e indirizzata contro obbiettivi ‘a caso’ – senza nessuna riflessione di tipo politico sull’individuazione del ‘nemico’ – dimostrata da queste persone, sia sul loro immaginario, che poco o nulla sembrava avere in comune con una tradizione di autonomia a sinistra che ad esempio non riconosce alla bandiera un valore simbolico che possa giustificare tali reazioni, sia – ultimo ma primo per importanza – sul sessismo che connotava l’aggressione fisica di tre donne militanti, accompagnata da insulti come ‘le femministe sono morte negli anni ’80’, ‘tagliatevi i peli delle ascelle’, ‘dovreste essere bruciate vive’, ecc”.

Giulia, Marica e Silvia hanno deciso di denunciare i singoli che le hanno aggredite (una di loro porta ancora il collare per una distorsione cervicale) e distrutto l’auto, hanno rifiutato il risarcimento economico che Zam proponeva dalle loro casse e, scelta importante che trasforma il caso ‘privato’ in occasione di crescita collettiva, vogliono proporre un dibattito pubblico per il 9 di novembre a Milano, spiegano, “che possa alimentare una riflessione comune su quanto, all’interno dei movimenti, siamo davvero in grado di arginare atteggiamenti che contrastano con i principi che cerchiamo di promuovere, quali ad esempio il sessismo e la violenza contro il singolo, di stampo fascista”.

Non è una decisione facile, perché la tendenza di qualunque luogo collettivo è di autoproteggersi e evitare di essere reso vulnerabile da critiche esterne: ma fino a che omertà, logica del clan e negazione del sessismo l’avranno vinta sulla necessità di dire verità scomode sulle relazioni tra i generi dentro ogni luogo collettivo, specialmente quelli che dicono di operare per cancellare violenza e ingiustizia, non ci sarà né verità né giustizia. Sarebbe importante che questo dibattito vedesse non solo molte donne prendere parola, ma soprattutto uomini, di ogni età e percorso: la violenza contro le donne infatti, in ogni sua forma, è prima di tutto un problema maschile.

Per comunicare con Giulia, Marica e Silvia scrivere a loscherzodellabandiera@autistici.org