Carmine Schiavone di dubbi non ce n’erano. “Abbiamo sversato veleni anche nel sud del Lazio”, ha sempre dichiarato, dal 1993 ad oggi. Parole ripetute davanti alle telecamere nei mesi scorsi, per gli amanti del dubbio. La procura di Cassino ha deciso di andare fino in fondo, andando a cercare i fusti tossici, dopo aver ascoltato le parole dell’ex collaboratore di giustizia. Lo ha fatto su un territorio che fino a qualche giorno fa apparteneva ad un altro Tribunale, quello di Latina, passato sotto la sua giurisdizione dal primo ottobre, dopo la riorganizzazione decisa dal governo. Con un’inchiesta che parte da Formia – città roccaforte da trent’anni di almeno cinque gruppi di camorra – dove i sospetti si sono concentrati su una cava, Penitro. Uno sversatoio chiuso diverse volte, ma tornato attivo qualche giorno fa dopo un’ordinanza del sindaco Sandro Bartolomeo.

Ha una storia curiosa la cava di Formia. Il nome è riportato nella copiosa rassegna stampa che la Polizia provinciale presentò alla commissione d’inchiesta sui rifiuti nel 1997 – presidente Scalia – per mostrare le tante operazioni realizzate alla caccia dei veleni. Il primo sequestro dell’area era avvenuto il 14 aprile del 1991. La replica arriva sei anni dopo, nel 1997, quando la polizia provinciale rimette i sigilli nella discarica, trovando – sotto uno strato di argilla – alcuni contenitori da 200 litri “con sostanze tossiche e nocive”. All’epoca la notizia aveva ricevuto un certo rilievo, con l’apertura di un’indagine contro ignoti da parte della procura di Latina. Caso archiviato qualche anno dopo, nel 2001. Nessuno sa, però, se l’amministrazione comunale ha bonificato l’area. Non risultano, al momento, neanche delle ricerche specifiche per verificare se i due contenitore da 200 litri fossero solo la punta di iceberg ben più pericoloso. La cava, nel frattempo, sta continuando a ricevere rifiuti inerti, che coprono l’area del sospetto sversamento di rifiuti tossici.

Gli anni ’90 furono un decennio tragico per il sud pontino. Nel 1997, durante un’ispezione della commissione Scalia, i parlamentari scoprirono, in un deposito di Pontinia, 11.600 bidoni contaminati, molti dei quali ancora pieni di scorie. Un ritrovamento che ha poi occupato diverse pagine della relazione finale. Alla procura di Latina non c’è però traccia di un procedimento su quello che venne definito come uno dei principali ritrovamenti di rifiuti pericolosi degli anni ’90, mentre i documenti acquisiti tra il 1997 e il 1998 dalla commissione sul deposito di Pontinia non appaiono nell’elenco dei fascicoli liberamente consultabili. Secretati, come le parole di Schiavone, la cui audizione continua a non essere pubblica, nonostante le assicurazioni di un mese della presidenza della Camera. Quei fusti di Pontinia erano gestiti da un imprenditore di rilievo, attivo ancora oggi, Vittorio Ugolini.

Il suo nome appare in una informativa della Criminalpol di Roma datata 12 dicembre 1996, come uno dei tanti imprenditori in stretto contatto con Cipriano Chianese, avvocato considerato in molte inchieste la mente dei traffici gestiti dai casalesi, oggi imputato per disastro ambientale. Nella lunga lista dei veleni del sud del Lazio il primo posto tocca alla discarica di Borgo Montello. “Qui portavamo i fusti tossici”, ha raccontato Carmine Schiavone. Oggi le analisi dell’Arpa Lazio dimostrano – dati alla mano – la presenza di sostanze di origine industriale nelle falde acquifere. Dagli archivi spunta l’unica sentenza di condanna per l’avvelenamento di quel sito, del gennaio 1997: quattro mesi di reclusione per l’allora direttore della discarica, Adriano Musso. Motivo: “Aver effettuato fasi di smaltimento di rifiuti tossici e nocivi”. Nessuno, però, ha mai cercato il corpo del reato. Quei veleni sono ancora lì.