Zaleski, Zunino, Coppola, Ligresti, Alitalia, Telecom. Sono solo alcuni dei nomi dei grandi debitori delle banche italiane che finiscono un giorno si e l’altro pure sulle prime pagine dei giornali per i problemi generati dai prestiti allegri che hanno ricevuto in passato. Una montagna di denaro che ha già generato perdite notevoli al sistema, come ha notato perfino il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco che nei giorni scorsi ha parlato di “atteggiamenti collusivi” tra istituti di credito e imprese. E che potrebbe continuare a farlo in modo preoccupante.

Secondo le proiezioni del Fondo Monetario Internazionale, infatti, le perdite lorde per le banche italiane derivate dall’esposizione con il debito delle aziende potrebbero arrivare alla considerevole somma di 125 miliardi di euro, mentre gli istituti ne hanno messi da parte “solo” 53 miliardi. Una cifra che ci fa guadagnare un altro primato negativo rispetto alla Spagna, per la quale la stima è di 104 miliardi di perdite, somma per altro già accantonata dagli istituti, mentre in Portogallo si scende addirittura a 20 miliardi.

Non solo. Sempre secondo il Fondo, gli interessi sui prestiti alle aziende restano alti nell’area euro e questo a causa del legame fra il debito sovrano, le banche e le aziende. In questa situazione, le banche deboli hanno rafforzato i problemi delle aziende deboli e le aziende deboli hanno esacerbato le pressioni sulle banche, creando un circolo vizioso e facendo della riduzione del debito delle aziende non finanziarie una priorità. Nell’area euro circa il 50% del debito in Portogallo, il 40% in Spagna e il 30% in Italia è in mano ad aziende deboli. E questo fa sì che le banche, a fronte di un peggioramento degli asset nei propri bilanci, aumentino i tassi di interesse sui prestiti più rischiosi alle aziende. E i tassi di interesse delle banche sono più alti nei paesi dove i rischi dalle aziende sono maggiori.

I calcoli emergono dal Global Financial Stability Report dell’Fmi che rileva come le economie “sotto stress” di Italia, Portogallo e Spagna continuano ad essere afflitte da pesanti carichi di debiti societari. E sottolinea appunto che una quota significativa dell’indebitamento delle imprese in questi Paesi è dovuto ad aziende con una debole capacità di servizio del debito e questo potrebbe influenzare negativamente i bilanci delle banche e contrarne i profitti. In altre parole, secondo il direttore del dipartimento sul Mercato dei capitali del Fmi, José Vinals, questo problema “potrebbe assorbire gran parte dei futuri profitti bancari e, in alcuni casi, potrebbe anche mangiarsi il capitale“.

Del resto l’ultima missione del Fondo in Italia ha concluso che la Penisola “dovrebbe mettere in atto un’azione mirata al settore finanziario per puntellare le difese delle banche”. Anche se, nel rapporto, si evidenzia che “il settore finanziario italiano ha mostrato capacità di recupero di fronte a una recessione grave e prolungata”. Per il Fmi gli istituti finanziari italiani devono però “incrementare la provvista, migliorare efficenza e redditività, sviluppare un mercato delle attività deteriorate e rafforzare il capitale“. 

Anche perché dietro l’angolo c’è il nuovo round di stress test sulle banche dell’eurozona. “Un’occasione d’oro per condurre un esame approfondito e trasparente della qualità dell’attivo degli istituti di credito e per individuare i deficit di capitale”, ha sottolineato Vinals secondo il quale “misure di protezione credibili devono essere messe in atto prima che l’esercizio degli stress test sia concluso per compensare eventuali carenze individuate, se i fondi privati sono insufficienti”.  E i monitoraggi delle banche dell’eurozona devono essere “rigorosi e approfonditi” per aumentare la trasparenza del sistema bancario e la fiducia degli investitori. 

Il calcolo delle perdite potenziali da crediti è il risultato di un’esercitazione basata sull’assunzione che il 45% dei prestiti alle imprese in ogni paese dell’area euro farà default. “Nel caso dell’Italia la stima delle perdite lorde raggiungerebbe i 125 miliardi di euro, risultando superiore di 53 miliardi di euro agli attuali accantonamenti. Le perdite potenziali nette sarebbero però coperte dai profitti operativi senza erodere gli attuali cuscinetti di capitale”, si precisa. Si tratta, ha chiosato Vinals, “di uno studio aggregato e complementare, poi starà alla Banca Centrale Europea identificare le necessità di ogni singola banca”.