Aaron Alexis, il riservista che ha ucciso dodici persone lo scorso 16 settembre al Washington Navy Yard, diceva di sentire “vibrazioni elettromagnetiche” nella testa che gli impedivano di dormire. Era un giocatore accanito di video games violenti e aveva una storia di frequenti scoppi d’ira che gli avevano creato problemi con le autorità militari. Il suo passato e il suo stato mentale non gli hanno impedito di acquistare legalmente in Virginia un fucile Remington 870, entrare nel quartier generale della Marina e fare una strage.

Ora, come spesso succede dopo ogni strage americana provocata dalla follia o dall’incuria, si riapre il dibattito politico e mediatico sul controllo delle armi. Un dibattito che, come tante altre volte nel passato, è presumibilmente destinato a provocare molte polemiche e pochi risultati. “Il massacro del Washington Navy Yard dovrebbe farci agire”, spiega il democratico Richard Blumenthal, senatore del Connecticut diventato convinto sostenitore di una legge per limitare le armi dopo la strage della Sandy Hook Elementary School. “E’ una questione di buon senso”, afferma un altro democratico, Joe Manchin, sponsor di una legge per allargare i controlli su chi acquista pistole e fucili, che non ha ottenuto la maggioranza al Senato lo scorso aprile. Mentre il numero due democratico del Senato, Dick Durbin, chiede un altro voto, è improbabile, anzi praticamente impossibile, che la questione torni in aula.

Harry Reid, capogruppo democratico e senatore del Nevada, uno Stato dove la lobby delle armi è particolarmente forte, dice che non ha nessuna intenzione di riaprire il dibattito. E una serie di senatori democratici, che votarono lo scorso aprile contro misure per la limitazione delle armi fortemente cercate dal presidente Barack Obama, fanno sapere attraverso i loro portavoce che non hanno cambiato idea. Non c’è del resto massacro che possa smuovere chi teme per il proprio futuro politico. Sono almeno quattro i senatori democratici contrari a qualsiasi azione contro le armi: Mark Pryor, Mark Begich, Max Baucus, Heidi Heitkamp. Vengono, rispettivamente, da Arkansas, Alaska, Montana e North Dakota, zone con un’antica tradizione di rispetto e difesa del Secondo emendamento. Oltre i quattro, sono però decine i senatori e i deputati democratici, oltre a quelli repubblicani, che preferiscono mantenere un profilo basso.

Nel 2014 sono in programma le elezioni di midterm e trovarsi contro la National Rifle Association, la potente lobby delle armi, è un’esperienza che nessuno vuole sperimentare. I democratici sono rimasti particolarmente bruciati da quanto avvenuto in Colorado la settimana scorsa, quando due senatori dello Stato sono stati oggetto di una recall election, di un voto prima della scadenza del mandato, e sono stati estromessi dall’Assemblea Legislativa a favore di due repubblicani. I due democratici cacciati, Angela Giron e John Morse, avevano appoggiato una legge per il controllo delle armi. Il fatto che il Colorado sia stato teatro di un recente massacro, al cinema di Aurora, e che negli ultimi anni le tendenze di voto nello Stato si sono spostate a sinistra, non è servito a salvare la Giron e Morse.

Mentre le stragi non si fermano, e a Washington non si riesce a concludere molto, la battaglia negli ultimi mesi si è trasferita a livello locale. Almeno una mezza dozzina di Stati nei prossimi mesi considereranno leggi per limitare vendita e uso di pistole e fucili. In Minnesota, New Mexico e Oregon si cerca di far passare norme per estendere i controlli sugli acquirenti. In Maine e nello Stato di Washington si stanno raccogliendo firme per referendum popolari contro le armi. Anche la galassia pro-armi si muove. La sua strategia sembra centrarsi soprattutto su un punto: sottoporre a recall elections tutti quei politici che hanno espresso idee contrarie al porto d’armi. E’ quanto sta per esempio avvenendo in Nevada contro un senatore democratico, Justin Jones. La minaccia di vedersi stroncata la carriera politica dovrebbe dunque bloccare i politici più ostili.

Negli ultimi mesi, grazie anche a intense campagne mediatiche che hanno insistito sui rischi cui il Secondo emendamento sarebbe soggetto, la lobby pro-armi ha ottenuto una serie di successi importanti. Pistole, fucili e munizioni sono andati a ruba nei negozi specializzati. I gruppi a difesa del Secondo emendamento hanno visto aumentare in modo consistente le richieste di adesione. La “Sportsman’s Alliance” del Maine incamera tra i 70 e i 100 nuovi membri ogni mese. Anche le vittorie legislative sono state significative. Indiana, Kansas e North Carolina, Stati controllati dai repubblicani, hanno passato leggi che consentono di portare armi da fuoco in chiesa, scuole elementari, casinò e campus universitari, oltre a rendere “confidenziali” i documenti sul “porto d’armi nascosto” e allargare la nozione di “legittima difesa”.

In vista dei prossimi scontri politici e legislativi, i gruppi anti-armi – per esempio i “Mayors Against Illegal Guns”, fondato dal sindaco di New York Michael Bloomberg – ripensano le loro strategie ma soprattutto progettano stanziamenti di milioni di dollari per fronteggiare il flusso di denaro che verrà dalla National Rifle Association. La lobby a favore delle armi resta ricca e potentissima, ma difficile da abbattere è soprattutto la mentalità diffusa tra larghi settori di popolazione che vede le armi come una conquista di libertà. A indicare quanto sia difficile sradicare questa mentalità è venuto nelle ultime ore un comunicato di Starbucks, la catena di caffè diffusa in tutti gli Stati Uniti e frequentata da un pubblico tendenzialmente urbano e progressista. Starbucks ha annunciato che “le armi non sono benvenute” nei suoi locali, ma non ha proibito alla gente armata di entrare a gustare caffè e cappuccini.