Tra l’Unione europea e la Russia, l’Armenia sceglie Putin. Il presidente dell’ex Repubblica sovietica, Serzh Sarkisian, ha confermato che il Paese ha scelto di entrare a far parte dell’Unione commerciale eurasiatica promossa da Mosca rinunciando a firmare l’accordo di libero scambio con i paesi dell’Ue. Una notizia che ha sorpreso tutti a Bruxelles visti i negoziati in corso da mesi e maturata dopo un incontro lampo tra Sarkisian e Putin. Il Cremlino si aggiudica così un altra pedina in quella che, nelle intenzioni del presidente russo, dovrebbe costituire una specie di “Ue russa”.

Non è un caso che la notizia sia stata data in anteprima dal sito ufficiale del Cremlino dopo l’incontro a porte chiuse tra Sarkisian e Putin: “I due presidenti hanno affermato la loro intenzione a contribuire allo sviluppo dell’integrazione economica del territorio euroasiatico. Per questo l’Armenia ha deciso di entrare a far parte dell’Unione commerciale eurasiatica e di partecipare alla futura formazione dell’Unione economica Euroasiatica”.

Un incontro piuttosto misterioso e dall’esito a sorpresa. Prima di tutto per lo scarso preavviso (è stato Putin a chiederlo solo tre giorni prima) e secondo perché getta al vento mesi di fitti negoziati tra Bruxelles e Yerevan per far entrare il Paese nello spazio di libero scambio dell’Unione europea. A Bruxelles si è caduti dalle nuvole, tant’è che i rappresentanti Ue nella capitale armena si sono riuniti d’urgenza per parlare del da farsi. Una cosa sola è sicura: l’entrata nell’Unione commerciale eurasiatica preclude per sempre all’Armenia l’entrata nella Deep and Comprehensive Free Trade Agreement (DCFTA) dell’Unione europea.

Visto l’avanzato stadio dei negoziati con l’Ue (completamento di alcuni aspetti tecnici a inizio luglio e firma attesa al summit di Vilnius il prossimo novembre), all’incontro tra Sarkisian e Putin deve essere successo qualcosa di importante. A pesare potrebbe essere stato il ruolo che la Russia sta giocano (e potrebbe giocare) nel conflitto tra Armenia e Azerbaigian a Nagorno Karabakh, repubblica autoproclamatasi indipendente dall’Azerbaigian situata nel Caucaso meridionale (lo scorso giugno Mosca ha venduto 1 miliardo di dollari di carri armati, artiglieria e razzi all’Azerbaijan).

Quello che è sicuro è che Putin è stato molto convincente. Lo stesso presidente armeno, intervistato al suo rientro in patria, è apparso piuttosto in difficoltà: “Abbiamo (pausa) avuto un dettagliato scambio di idee sull’integrazione euroasiatica e posso confermare il desiderio dell’Armenia di entrare a far parte di questa unione doganale e di fare la sua parte nella costituzione dell’Unione economica euroasiatica”. Inevitabile l’imbarazzo per la porta chiusa in faccia a Bruxelles e goffo il tentativo di Sarkisian di metterci una pezza: “Non vogliamo dire addio al dialogo con l’Ue. Negli ultimi anni, con l’aiuto dei nostri partner europei, abbiamo avviato importanti riforme istituzionali, riforme che continueranno anche in futuro”.

Di sicuro Putin può dirsi soddisfatto. Lo Zar mette così a segno un altro colpo nella sua strategia di costituzione di quella che, come annunciato nel novembre 2011, dovrebbe essere una specie di “Ue russa”, un’ipotetica unione politica ed economica ispirata all’integrazione tra i paesi dell’Unione europea e oggi composta da Russia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e, appunto, Armenia. Nelle intenzioni di Putin, lo spazio economico eurasiatico, entrato in vigore il primo gennaio 2012, dovrebbe servire da apripista per la costituzione di una vera e propria Commissione eurasiatica, modellata sulla base della Commissione europea e ruotante attorno alla grande Russia.

Ma l’obiettivo numero uno resta l’Ucraina. Kiev, sia per popolazione che per importanza economica, rappresenta il boccone più ghiotto per il Cremlino, che non ha mai celato le sue intenzioni di annetterla nella propria sfera d’influenza. Se nei mesi scorsi questi tentativi sono stati più o meno indiretti, da quale tempo a questa parte sono diventati più che evidenti. Lo scorso 14 agosto, la Russia ha introdotto alcuni controlli doganali punitivi sulle importazioni di articoli di produzione ucraina per dissuadere Kiev dalla firma del partenariato commerciale con l’Ue il prossimo novembre a Vilnius. Una flessione di muscoli che preannuncia forti ritorsioni se Kiev scegliesse l’Europa invece che l’Eurasia. A giocare a favore di Mosca sono le condizioni poste da Bruxelles per accogliere l’Ucraina tra le proprie braccia: miglioramenti nel codice di procedura civile, un regolamento elettorale conforme alle raccomandazioni del Consiglio d’Europa e basta all’applicazione discriminatoria della legge (a partire dal caso di Julia Timoshenko). Condizioni che favoriscono la Russia, più incline di Bruxelles a chiudere in occhio sui problemi di mancato rispetto dei diritti civili.

@AlessioPisano