Da alcuni giorni, sui siti ufficiali del governo giapponese, più che gli scontati avvisi ai cittadini di non recarsi in Siria ed in generale in Medio Oriente, lampeggiano rassicuranti banner che indicano – e non è certo una bugia – come Tokyo sia meno radioattiva di Londra, Parigi, New York e, immagino, anche Roma. Qualcuno, e io tra questi, pensa che questa intensa e fuorviante campagna di rassicurazione – condotta su siti ufficiali e media in lingua inglese – sia stata concepita per convincere il Comitato Olimpico Internazionale che Tokyo è una città sicura e che, al di là degli allarmismi di Greenpeace e dei soliti disfattisti antinucleari, sia la migliore candidata per le Olimpiadi del 2020. La decision verrà presa nei prossimi giorni e in lizza, oltre a Tokyo (che le ha già ospitate nel 1964) sono rimaste solo Madrid e Instanbul.

Chi mi conosce e ha seguito i miei reportage da e su Fukushima sa che non sono tra coloro che hanno soffiato sul fuoco: a suo tempo ebbi anche un acceso scambio di opinioni, su SkyTg24, con un portavoce di Greenpeace, che a mio avviso esagerava un po’ provocando ulteriore, e all’epoca ingiustificato e inutile, allarmismo.  Questo perché ho sempre sostenuto, e continuo a sostenere, che il vero “incidente”, la vera catastrofe non sono  quelli avvenuti l’11 marzo 2011 e nei giorni seguenti. Ma quelli attualmente in corso. Hanno ragione quelli che – sia in buonafede che in malafede, come i sostenitori della “sicurezza” nucleare – sostengono che il triplo meltdown (inizialmente negato) non ha provocato, per ora, morti dirette. Il vero “incidente”, la vera “catastrofe” (economica, tecnologica e soprattutto sociale) è quella di adesso. E quella che potrebbe ancora arrivare.  Quello che è successo sinora, compreso il dramma di oltre 170mila sfollati e oltre un milione di persone più o meno coinvolte, è nulla rispetto a quello che potrebbe ancora succedere.

Altro che “stabilizzazione”, “messa in sicurezza” “decommissionamento”: la verità è che a due anni e mezzo dal triplo meltdown nessuno, ma proprio nessuno ha ancora capito dove sia finito il nocciolo di tre reattori, decine di migliaia di barre di carburante sono ancora in bilico su edifici di dubbia stabilità e centinaia di migliaia di tonnellate d’acqua rischiano – probabilmente hanno già cominciato a farlo – di avvelenare per sempre centinaia di chilometri di coste e l’oceano. Il tutto, però, a oltre 200 chilometri da Tokyo: che problema c’è? Per tranquillizzare il mondo – e accontentare i soliti speculatori (che non aspettano altro), si potrebbe persino pensare di far correre la maratona proprio a Fukushima. Chissà che il terrore non produca un buon record mondiale.

 Ma se sino a qualche anno fa bastava l’ironia ed il sarcasmo per commentare le mire “olimpiche” dell’ex governatore  di Tokyo Shintaro Ishihara, oggi leader di un partito nazionalpopolare (per fortuna in calo di popolarità) che auspica la riconquista manu militari dei vari scogli rivendicati, più o meno legittimamente, dal Giappone, oggi c’è da indignarsi – e lo dovrebbero fare i giapponesi, che invece non sembra se ne rendano conto e anzi sembrano favorevoli alla candidatura  – all’idea che il governo giapponese, anziché riversare ogni possible risorsa finanziaria per risolvere l’emergenza nucleare, appoggi formalmente e probabilmente faccia ogni tipo di pressione sul Cio per ottenere le Olimpiadi. Ma siamo matti?

L’aspetto più deplorevole, francamente, è il fatto che Tokyo ed il governo giapponese legano l’aggiudicazione delle Olimpiadi alla tragedia dello tsunami, come fosse  un segnale di riconoscimento e di doverosa solidarietà al popolo giapponese impegnato nella difficile opera di ricostruzione. Come avvenne negli anni ’60: le Olimpiadi di Roma e di Tokyo furono infatti una sorta di “riconoscimento” della comunità internazionale nei confronti dello sforzo compiuto da Italia e Giappone dopo la tragedia della guerra. Ma se per la tragedia dello tsunami al popolo giapponese  va tutta la solidarietà, il rispetto e l’ammirazione possible, nessuna comprensione – che a questo punto sfocerebbe in irresponsabile complicità – va verso tutti coloro, governo giapponese in primis, che hanno prima creato i presupposti (costruendo centrali in luoghi non sicuri), poi coperto la catastrofe nucleare.

Una catastrofe ancora in corso, come oramai ammettono tutti, dall’inetto e omertoso management della Tepco, rimasto più o meno intatto dopo la formale nazionalizzazione dell’azienda, al governo che continua a promettere di “intervenire seriamente” senza avere la minima idea di quale sia la situazione e di che cosa occorra fare per uscire dall’emergenza, e persino dalla nuova Commissione Nazionale per la Sicurezza Nucleare (ribattezzata Nuclear Regulatory Agency, Nra), il cui presidente Shunichi Tanaka, appena ieri ha dato per scontato che, prima o poi, sarà necessario scaricare in mare centinaia di migliaia di tonnellate di acqua contaminata. Cosa che era evidente a tutti, ma che governo e management della centrale hanno continuato, imperterriti, a escludere nel modo più assoluto.

Che la situazione a Fukushima sia fuori controllo, che possa precipitare in ogni momento e che sia indispensabile uno sforzo congiunto dell’intera comunità internazionale per mettere in sicurezza i reattori e far uscire dall’incubo milioni di giapponesi mi sembra sia fuori discussione. Quello che appare inspiegabile, per un paese civile e formalmente democratico come il Giappone, è che il governo stanzi appena 360 milioni di euro per “tamponare” le sempre più ricorrenti e terrificanti fuoriscite di acqua contaminata (lo ha annunciato il premier Abe in persona) e sia invece pronto ad assumersi i costi – si parla di almeno 10 miliardi, delle nuove, eventuali Olimpiadi.  “Le Olimpiadi serviranno a rilanciare l’economia – ha detto il premier Abe, che nel 2020 non sarà certamente alla guida del paese – riaffermando  il suo ruolo di primo piano nella comunità internazionale”. Spesso il Cio ha compiuto scelte sbagliate. Ma altre volte ha dato segno di saggezza. C’è davvero da sperare che il 7 settembre prossimo le Olipiadi non vengano assegnate a Tokyo e che il governo giapponese, visto che dichiara di averli e di poterli spendere, destini immediatamente i soldi delle Olimpiadi per uscire, al più presto e definitivamente, dall’incubo nucleare. Magari chiedendo aiuto – come avrebbe già dovuto fare da tempo e formalmente – alla comunità internazionale.