Pio d’Emilia, corrispondente per l’estremo oriente di Sky Tg24, inizia con quest articolo la sua collaborazione con ilfattoquotidiano.it.

Paese che vai, fascisti che trovi. In Giappone ce ne sono ancora tanti, più o meno consapevoli, più o meno pittoreschi, più o meno pericolosi. Tra questi ultimi  segnatevi questo nome: Toru Hashimoto, detto l’hashista.  E’ il sindaco di Osaka, e se supera indenne l’ennesimo putiferio che ha provocato in questi giorni ce lo ritroveremo, prima o poi, premier del Giappone. E potrebbero essere guai per tutti, non solo per i poveri giapponesi. Popolo che condivide col nostro, oltre che l’amore per il cibo, il bel canto e le cose belle,  l’alto tasso di inettitudine, arroganza, corruzione e cialtroneria della classe politica.

Assieme al suo degno compare “anziano” Shintaro Ishihara, l’ultraottantenne ex governatore ipernazionalista di Tokyo, quello che vuole dichiarare guerra alla Cina e risolvere i problemi dell’occupazione rispedendo  tutte le donne lavoratrici a casa, ad occuparsi di figli  e fornelli, Toru l’hashista ha fondato alcuni mesi fa l’Isshin no kai, pudicamente ma erroneamente tradotto dai media internazionali  in “Partito della Restaurazione”. In realtà, spiega lo stesso Toru, non è un partito, categoria che come tutti i fascisti aborre, bensì un “movimento”.  Che per struttura – non ha statuto – programma (potete immaginarvelo) e soprattutto “linguaggio” sembra una sintesi tra Grillo e Renzi. Ma di estrema, dichiarata, destra.

Figlio di un mafioso morto suicida  in circostanze misteriose  (pare fosse  discendente dei burakumin, i fuori casta del Giappone, il che non è certo di per sé una colpa, ma sull’argomento Hashimoto è implacabile e micidiale: chiunque lo affronti viene seppellito da pesantissime querele, ne sa qualcosa l’autorevole gruppo editoriale Asahi, il più potente del paese, costretto ad umilianti e costosissime scuse) Toru, che di mestiere farebbe l’avvocato,  è salito alla ribalta nazionale grazie alla Tv. Prima grazie a una rubrica di consigli forensi, poi, visto che come personaggio funzionava, come ospite fisso di vari talk show. Un successone. A 39 anni, record assoluto per il Giappone,  è stato eletto governatore di Osaka, carica che ha lasciato tre anni dopo per potersi candidare a sindaco, considerato in Giappone il miglior trampolino per atterrare a Nagatacho, il quartiere di Tokyo dove ha sede il “palazzo”.

Toru ha appena 43 anni, un bimbetto per la media nazionale, è sposato e nonostante non risulti sia un neocatechista, ha fatto sette figli, tutti con la stessa donna, Noriko.  E gli avanza anche un po’ di energia: ammette pubblicamente di avere avuto relazioni adulterine e di continuare a frequentare – nel tempo libero – il “mondo fluttuante” espressione locale per indicare l’intrattenimento sessuale retribuito (i giapponesi sono maestri: pensate, la depressione la chiamano kokoro no kaze, “raffreddore dell’anima”). La prostituzione, che in Giappone è formalmente proibita ma diffusissima e organizzatissima, è un sacrosanto diritto, un “male necessario”, ha dichiarato di recente. E fin qui nulla di che: il Giappone  è uno dei pochi paesi al mondo dove il sesso, in tutte le sue forme, non è legato a (pre)concetti morali o religiosi, ma di opportunità e, come dire, contesto. Tutto è più o meno lecito, ma, come dire, c’è modo e modo.

Ma Toru ama sparigliare: prima  ha sentito il bisogno di condividere alcune “riflessioni  personali” (esternandole  in tv) sulle cosiddette “donne da ristoro”, l’esercito di prostitute di Stato organizzato durante la guerra dal governo giapponese  per “ristorare” i soldati al fronte. Poi, non contento, durante una visita a Okinawa, l’isola più “lontana”, più volte ferita e vilipesa e ancor oggi vittima di pesantissime servitù militari, ha suggerito ai marines americani di stanza laggiù – spesso responsabili di violenze e stupri ai danni delle donne locali – di frequentare con più fiducia e assiduità i bordelli. “Vi divertirete senz’altro di più” ha detto il sindaco, invitando poi i gestori a non essere “razzisti”: la maggior parte, infatti, rifiuta di servire la clientela americana e in genere straniera.

Apriti cielo. Nonostante non sia la prima volta che un politico giapponese cavalca il negazionismo per raccattare voti e titoli di giornale, Toru rompe con la tradizione del “dichiara e smentisci”, abbondantemente e sapientemente usata anche dal suo astuto mentore, Shintaro Ishihara. Toru è diverso. Va fino in fondo. Insiste, precisa, accusa la stampa di manipolare, ma sostanzialmente conferma. E alza il tiro. Spesso non senza una qualche ragione. Come quando accusa la comunità internazionale di razzismo e ipocrisia storica, quando, nonostante di nefandezze ne abbiano commesse e continuinino a commetterne tutti, solo i giapponesi  sono ancora additati al pubblico, internazionale ludibrio. Per carità, non ha tutti i torti: pochi testi, nemmeno quelli in uso in Giappone, considerati un po’ troppo auto assolutori, raccontano degli stupri di massa, pur avvenuti, da parte delle truppe americane ai tempi dell’occupazione. E a chi cita il massacro di Nanchino, oppone il meno noto “stupro di Omori”, un piccolo ospedale di Tokyo dove una mattina, il 4 aprile 1946, un centinaio di soldati americani stuprarono, a turno, tutte le donne presenti: pazienti, infermiere, impiegate.  Insomma, un bel tipetto.

Meglio, tutto sommato, del falso liberale Shinzo Abe, l’attuale premier in odor di santità per aver “risvegliato” – almeno così pare – l’economia del paese, che dietro il doppiopetto neokeynesiano nasconde l’immagine del suo adorato nonno: il criminale di guerra Nobosuke Kishi che gli americani, dopo averlo inizialmente arrestato e imprigionato, liberarono improvvisamente consentendogli, qualche anno dopo, di diventare addirittura primo ministro. Consoliamoci dunque. C’è chi, nel fare i conti con la storia, è molto più indietro di noi.