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Mostra del cinema di Venezia: Miss Violence, Mister Cinema!

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Ma quanto è bello stare in famiglia?!? Sicuri? “Niente happy ending, il finale è a doppio senso: nessuno decide di fermare la violenza, la porta rimane chiusa, perché è la brutta storia che accade accanto a noi e nessuno vuole vedere”. Trombette, torta e cappellini, si festeggia il compleanno dell’11enne Angeliki, eppure i sintomi di un’altra verità sono già a nudo, full frontal. Parole e immagini del regista greco Alexandros Avranas, che porta in Concorso alla Mostra di Venezia la sua opera seconda, Miss Violence, fin qua il meglio film in lizza per il Leone d’Oro. Violenza familiare, suicidio, pedofilia, incesto, patriarcalità imperante e, sul versante femminile, solidarietà che affiora solo nella passività colposa: il film brucia, ma a fuoco lento, camera fissa, silenzi e la violenza sorda che ottunde le coscienze, intorpidisce il quotidiano, sballa verità e finzione, traendo linfa da veri accadimenti, da un mostro della porta accanto in Germania, ma anche altrove, ovunque. Sì, è anche una storia italiana, e non solo perché canta Toto Cutugno.

Alla povera Angeliki la famiglia fa letteralmente la festa, nel senso che lei si butta dal balcone. Una marionetta schiantata al suolo in una pozza di sangue, ma se tale è chi sarà il master of puppets? La famiglia parla d’incidente e tira avanti come se nulla fosse accaduto. Il segreto di questa inconsulta elaborazione del lutto va ricercato negli stessi componenti: il padre (Themis Panou), la madre (Reni Pittaki), la giovane Eleni (Eleni Roussinou), l’adolescente Myrto, i piccoli Alkmini e Filippos. Ed è devastante, ma insieme interrogativo progressivo, ineluttabile, no future: l’orco comanda a bacchetta, mischia nel sangue le generazioni, perpetua il dolore e l’offesa, ma la sindrome è di Stoccolma, le responsabilità virali, gli innesti spuri e coatti nell’albero genealogico.

Miss Violence non ha fretta di individuare tutte le colpe, perché sono diffuse, reciprocamente nutrienti, con la bambina che schiaffeggia il fratello, la nonna con i lividi, la figlia di nuovo incinta, la prostituzione per ospite (in)atteso. Insieme agli assistenti sociali, entrano in campo le metafore politiche: gli ispettori entrano nella famiglia, ma non vedono nulla, non possono, meglio, non vogliono, e pensarli alla stregua della trojka Ue con i piedi sulla Grecia in crisi, almeno per noi, non è peregrino. Ma se ne può fare a meno, il film parla di altro, ovvero, di sé: la messa in scena è elementare, nel senso di asettica e chirurgica; gli attori votati a togliere la luce e dare l’anima dannata e piegata senza scenate e il solito circo; il regista, classe ’77, non (si) risparmia nulla, pur concedendo (quasi) nulla al voyeurismo, al sadismo senza quid. Eppure il pasoliniano Salò brucia ancora, Seidl e Haneke gradirebbero, in lontananza sfavillano i Canini del regista greco Yorgos Lanthimos, ma questi sono Funny Games di famiglia, senza estranei. Solo per consanguinei. Pronti alla trasfusione? 

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