Tenuto nascosto e non anticipato dai giornali, anche per evitare proteste e manifestazioni, si è tenuto nei giorni scorsi in Irlanda il primo aborto legale da quando la nuova legge sulle interruzioni di gravidanza è passata, lo scorso luglio. Il ministero della Salute irlandese lo ha confermato venerdì: una donna alla diciottesima settimana e in pericolo di vita è stata trattata al National Maternity Hospital, una delle 25 strutture ospedaliere dell’isola in cui è possibile, nei limiti imposti dalla legge, praticare aborti. Il Life During Pregnancy Act – questo il nome della legge – consente le interruzioni di gravidanza in caso di grave pericolo per la vita della madre e in caso di donne in attesa che abbiano tentato il suicidio. Non prevede l’aborto per le donne che siano state violentate o per chi ha problemi economici, così come per chi porta in grembo feti malformati o con gravi patologie. La legge penale non è stata infatti rivista e tuttora chi pratica o cerca di praticare un aborto non consentito dalle norme rischia fino a 14 anni di carcere. 

Nessuna protesta, quindi, per questo primo aborto legale, anche perché, appunto, è stato tenuto nascosto ai più. Eppure, lo scorso luglio, quando entrambe le camere del parlamento irlandese fecero passare la nuova legge, gli antiabortisti e la Chiesa cattolica protestarono con forza. I vescovi del Paese minacciarono la scomunica per chiunque avesse abortito o avesse praticato un aborto, ma il governo di coalizione guidato dal cattolicissimo Enda Kenny andò comunque avanti. Troppo era stato il clamore per il caso di Savita Halappanavar, 31 anni, cittadina irlandese di origine indiana morta per setticemia, il 28 ottobre del 2012, in seguito a un aborto negato. Dal caso nacque un processo, il marito diventò un volto noto nelle televisioni irlandesi e di mezzo mondo, fino a quando una giuria a Galway non stabilì che si era trattato di una “disavventura medica”. In molti Paesi, durante il processo, si tennero veglie e manifestazioni, compreso il Regno Unito. Dove, si teme, nonostante la legge, continueranno ad arrivare frotte di donne irlandesi che vogliono o necessitano di abortire.  

Solo l’anno scorso – e il dato viene dall’ufficialità del ministero della Salute di Dublino – 4mila donne irlandesi si sono recate nel Regno Unito per interrompere la gravidanza. Fra queste, quasi 200 minorenni, in una triste processione che va avanti da qualche decennio. Subito dopo l’approvazione della nuova legge, l’11 luglio di quest’anno, Mara Clarke, responsabile di una organizzazione di volontariato con sede a Londra e che aiuta le donne irlandesi, aveva dichiarato al Guardian: “Queste nuove norme aiuteranno solo una minima parte delle famiglie che non possono o vogliono portare avanti una gravidanza. Solo quest’anno abbiamo avuto diversi casi disperati: dalla donna che si è schiantata volontariamente con la macchina contro un muro per cercare di abortire a quella che si è vista sequestrare il passaporto dal marito, che voleva evitarle un viaggio verso il Regno Unito”. L’associazione, che si chiama Abort Support Network, aiuta anche finanziariamente queste donne, con contributi economici che vanno dalle 400 alle 2mila sterline. Ora, appunto, questa possibilità limitata per chi rischia la vita o per chi con la vita vuole farla finita. Ma tutto sarà comunque tenuto sotto stretto controllo da parte del ministero, che ha già predisposto un registro e che ogni anno dovrà presentare al parlamento un rapporto dettagliato con numeri, caratteristiche degli aborti e considerazioni di un gruppo di esperti. Perlopiù cattolici, come voluto direttamente dai deputati irlandesi, ma questo non ha destato scalpore in Irlanda.