I principali quotidiani festeggiano il calo sotto quota 240 punti dello spread, il differenziale tra titoli italiani e tedeschi entrato ormai nel vocabolario di molti italiani, dando linfa vitale al governo di Enrico Letta. Ma non è tutto oro quel che luccica. A fare scendere l’indicatore non è solo l’abbassamento del rendimento dei Btp italiani, ovvero gli interessi che lo Stato paga sul debito, ma anche il costante aumento del tasso dei Bund tedeschi.

Il calo dello spread è sicuramente un segnale positivo, ma non basta a giustificare l’ottimismo del governo e della stampa che lo sostiene. La conferma arriva dai numeri. Il 23 aprile scorso il differenziale era a quota 277, oltre 30 punti più di oggi, ma il rendimento dei Btp, che è ora al 4,19%, aveva raggiunto il 3,98%, scendendo sotto il 4% come non accadeva da due anni e mezzo. E anche il 10 gennaio scorso le aste di titoli italiani e spagnoli, insieme alle rassicurazioni della Bce di Mario Draghi, lo spread era più preoccupante di oggi (259 punti), mentre il rendimento dei Btp era più basso e quindi più positivo, pari al 4,14%, segnando un record da novembre 2010.

Il fatto che il calo dello spread non risolve i problemi del Paese, d’altronde, è sotto gli occhi di tutti. Nei giorni scorsi la Banca d’Italia ha fatto sapere che il debito pubblico è aumentato anche a giugno segnando un nuovo record. L’incremento è stato di 0,6 miliardi rispetto a maggio, portando il totale a 2.075 miliardi. Via Nazionale ha confermato così la tendenza negativa, visto che già a maggio era stato stabilito un nuovo record rispetto al mese precedente. Le notizie non sono più rassicuranti sul fronte del Prodotto interno lordo, dopo che l’Istat ha segnalato l’ottavo calo consecutivo nel secondo trimestre del 2013.

E a tagliare, mentre il governo festeggia il calo dello spread e avverte che la ripresa è ormai alle porte, sono sempre le famiglie. Uno studio pubblicato da Confindustria nelle ultime settimane ha analizzato la spending review delle famiglie italiane, stimando una riduzione della spesa media annua nel 2012 a 26.100 euro, con un taglio di 3.660 euro rispetto al 2007, con grossi risparmi su beni di prima necessità come pane e medicinali.

“Non lasciatevi prendere in giro dalla tranquillità dell’Europa”, ha avvertito negli stessi giorni Mohamed El-Erian, numero uno di Pimco, uno dei fondi obbligazionari più grandi del mondo, lanciando un chiaro segnale d’incertezza sul futuro della zona euro. El-Erian ha sottolineato che il tasso di disoccupazione è ancora alle stelle in diversi Paesi del Sud Europa, spiegando che non c’è tregua per le piccole e medie imprese alla disperata ricerca di finanziamenti e ricordando come la rabbia dei cittadini europei, colpiti da dolorose misure di austerity, non è affatto placata, in un contesto di continua instabilità politica.