Sono 9067 le imprese fallite da inizio anno secondo il sito di Business Information cervedgroup.com. Certamente non si parla di aziende del calibro di Google o di D&G ma di piccole e medie imprese, che possono andare dalla start-up di quattro neolaureati fino al bar tabacchi che abbiamo sotto casa, l’artigiano o la piccola industria locale. 

L’ottanta percento dei dipendenti del settore privato lavora in una pmi e il cinquanta percento (circa undici milioni) lavora in micro imprese (imprese con meno di 20 dipendenti). Esse sono di fondamentale importanza all’interno di un panorama economico frastagliato come il nostro, dove l’economia locale è ancora forte e dove il 99% delle attività private sono costituite sotto questa forma.

Nonostante la loro importanza però, sono imprese che si ritrovano a passare per uno stretto dove da un lato vi è una tassazione vorace e dall’altro una burocrazia tentacolare (come abbiamo visto in una nostra recente presentazione). Una strategia di ripresa non può quindi prescindere dal dare attenzione al fare impresa nel nostro paese.

Se si da un’occhiata a un rapporto come il DoingBusiness della Banca Mondiale dello scorso anno si può facilmente notare come in confronto ai nostri vicini europei, con i quali dovremmo in teoria integrarci il più possibile, vi sono ancora notevoli differenze. In Italia ci vogliono più di sessanta giorni per aprire un’impresa (nel Regno Unito solo 4), i costi per l’apertura sono spesso dieci volte quanto in Francia o in Germania. Anche un permesso di costruzione o una disputa legale per un credito commerciale (ordinaria amministrazione per un’impresa) vedono tempi superiori in Italia in confronto alla Spagna per esempio. Nella classifica della competitività del sistema di credito invece siamo al 104° posto nel mondo. Tutto questo va a svantaggio della competitività.

Madre superiora di tutti gli ostacoli è la tassazione. Con un Total Tax Rate del 68% (che comprende tasse sul reddito da capitale e sul lavoro) siamo ultimi in Europa e nella stessa posizione dell’Algeria. Per non parlare dei debiti della pubblica amministrazione nei confronti delle imprese, nel 2011 ammontavano a 90 miliardi di Euro.

Insomma, in Italia è più difficile aprire un’impresa, ricevere un finanziamento e, anche una volta che l’attività è partita, bisogna sperare di battere due mostri sacri come la tassazione e la burocrazia.

Secondo una teoria del defunto economista francese Arthur Cecil Pigou, una forte e costosa regolamentazione burocratica elimina i fallimenti del mercato proprio grazie al controllo pubblico. Gli ultimi studi (di Tullock e Stigler) affermano il contrario: costi alti e tempi lunghi sono i perfetti catalizzatori della corruzione e del favoritismo portato avanti da una parte della classe politica e dei burocrati. Difatti non è una sorpresa che, sempre secondo la Banca Mondiale, circa un terzo degli imprenditori italiani si aspetta di dover pagare una tangente per ottenere un permesso di costruzione (leggi la nostra presentazione sulla corruzione nel settore pubblico). Inoltre, una barriera d’entrata di questa natura, favorisce sempre un monopolio ingiustificato.

Dopo questa valanga di dati una domanda è lecita: l’artigianato, l’agricoltura, la ristorazione, il turismo, la moda, il design e tutti i settori che si formalizzano in piccole attività locali, in imprese famigliari o in imprese di giovani, continueranno a fiorire o, forse, chi ha spirito d’impresa si comprerà un atlante economico e opterà per nuove terre?

Italo Angelo Petrone