Premessa: l’evasione di sopravvivenza uccide chi le tasse le paga. È un reato odioso, che va stigmatizzato in ogni sua forma. Anche le dichiarazioni di Fassina meritano uno stigma, per tanti motivi.

Fassina non è un tecnico. Le sue dichiarazioni non sono constatazioni neutrali e scientificamente fondate, e hanno invece un valore esclusivamente politico. Fassina infatti è un politico nel senso più tradizionale del termine. E come politico è arrivato, a ogni costo, alla carica di viceministro dell’Economia, posizione di altissima responsabilità politica.
Un uomo politico che ricopre tale ruolo istituzionale non può proferire parole che, inevitabilmente, suonano come un incoraggiamento all’evasione fiscale. Lo abbiamo sempre sostenuto per Berlusconi e lo stuolo di estremisti e opportunisti che a vario titolo hanno occupato il centrodestra, e il governo del paese, per quasi tutti gli ultimi venti anni. E vale anche per Fassina che, ahinoi, è a sinistra che ha costruito la sua carriera.

Sul piano tecnico, poi, la posizione di Fassina è comunque sbagliata. È stato sorprendente constatare quante voci si sono levate, a sinistra, in difesa della boutade sull’evasione. Sostanzialmente la tesi della difesa è questa: chi se la prende con Fassina finge di non sapere che nel nostro paese la pressione fiscale ha raggiunto livelli insopportabili. Ribattere è semplice: chi stabilisce quando l’evasione è “di sopravvivenza”? L’evasore stesso, naturalmente. Dichiarazioni come quelle di Fassina rafforzano ulteriormente quell’autoindulgenza per il (mancato) rispetto delle regole, e del prossimo, che ha fatto dell’Italia uno dei paesi con minore senso civico del mondo occidentale. La pressione fiscale nel nostro paese è tanto elevata anche perché c’è una quota elevata di contribuenti che ritiene, del tutto arbitrariamente, che la propria evasione sia “di sopravvivenza”.

Come ogni persona che vive a Roma, ogni volta che vado in un locale devo affrontare grandi o piccole discussioni per ottenere lo scontrino fiscale dopo il pagamento del conto. Immagino che gli esercenti siano convinti che ne va della propria sopravvivenza. Sarò rigido, ma rimango invece convinto che nella grande maggioranza dei casi si tratti solo di furbizia. E che tale furbizia riceva grandi benefici – soprattutto in termini di tolleranza dell’evasione da parte dei clienti degli esercizi commerciali, e più in generale di assenza di qualsiasi significativo stigma sociale – dalle dichiarazioni indulgenti dei vari Fassina, Berlusconi, Brunetta, eccetera.

Al di là delle considerazioni politiche e aneddotiche, è interessante capire meglio a chi ha voluto strizzare l’occhio Fassina. Il fatto che la dichiarazione sia stata proferita a un convegno di Confcommercio è già un indizio importante. Altro indizio viene dalla tempistica, dato che proprio in questi giorni la Cassazione deciderà se confermare la condanna per frode fiscale all’alleato politico del Pd. Per approfondire il fenomeno dell’evasione di sopravvivenza, però, può essere utile rovistare nei dati dell’Indagine sui bilanci delle famiglie condotta dalla Banca d’Italia.

Nel questionario sottoposto dalla Banca al campione nel 2004 c’era una serie di domande molto interessanti sul rapporto degli italiani con le tasse, e sulla percezione soggettiva dell’evasione fiscale e del ruolo redistributivo dello Stato. A questi temi è dedicata una parte della mia attività di ricerca, condotta insieme ai colleghi Edoardo Di Porto della Sapienza Università di Roma ed Eiji Yamamura della Seinan Gakuin University di Fukuoka (Giappone).
Tra le altre cose, ai membri del campione è stato chiesto quanto si sentono d’accordo con l’affermazione: “Alcuni cittadini sono costretti ad evadere le tasse per mantenere la propria attività”, che somiglia moltissimo all’esternazione di Fassina.

Usando semplici tecniche di regressione è possibile analizzare la correlazione tra il grado di empatia per la posizione di Fassina, le opinioni sul ruolo dello Stato e una serie di caratteristiche personali, per delineare il profilo degli elettori che più probabilmente hanno apprezzato la boutade sull’evasione.

I risultati sono interessanti: secondo le stime, esiste una probabilità statisticamente significativa che chi crede all’evasione di sopravvivenza sia poco interessato alla politica, e sia anche d’accordo con l’idea che “Evitare di pagare il biglietto su un mezzo di trasporto pubblico” sia giustificabile, che “È giusto non pagare le tasse se le si ritiene ingiuste”, e che “Il governo dovrebbe alzare le tasse sul reddito e diminuire quelle sui consumi”. Inoltre, coloro che credono all’evasione di sopravvivenza tendono a ritenere che il pagamento delle tasse non sia uno dei doveri fondamentali dei cittadini.

La correlazione positiva con la preferenza per le tasse sul reddito contro quelle sui consumi è interessante. Vuol dire che chi giustifica l’evasione di sopravvivenza è tendenzialmente favorevole all’azione redistributiva del settore pubblico. Sembra una contraddizione, ma l’interpretazione economica è molto semplice: chi è più propenso all’evasione è probabilmente meno preoccupato dall’aumento della pressione fiscale potenzialmente legato alla redistribuzione operata con la tassazione sul reddito.

È chiaro che potrebbe trattarsi di semplici correlazioni, che non implicano necessariamente un nesso causale. Per esempio, potrebbero essere intervenuti dei fattori di distorsione che hanno influenzato sia gli indicatori che ho usato come variabili indipendenti sia le risposte alla domanda da cui ho tratto la variabile dipendente. È il cosiddetto problema dell’endogeneità, con cui gli economisti combattono ogni giorno con alterne fortune, e che richiede indagini econometriche più raffinate di queste regressioni estemporanee. Tuttavia le correlazioni che ho appena illustrato contengono comunque informazioni interessanti, che possono essere utilizzate per farsi un’idea e indirizzare eventuali studi più approfonditi.

Con le dovute cautele, i dati sembrano confermare la sensazione che tanta evasione non sia dovuta al bisogno di sopravvivenza, o almeno non solo, ma anche e soprattutto a una certa dose di furbizia.

PS: alcuni forse diranno: “Ma Fassina è un economista”. Spero perdonerete il mio snobismo, ma considero economista solo chi, oltre ad aver conseguito almeno un dottorato di ricerca in materie economiche, abbia svolto continuativamente attività di ricerca scientifica in economia, sottoponendosi al confronto tra pari nel dibattito scientifico internazionale. Allo stesso modo considererei astronomo solo chi, dopo aver effettuato studi avanzati di astronomia, abbia svolto continuamente attività di ricerca scientifica in astronomia. E così via. Non basta interessarsi di economia, o parlare di economia nei talk show, per essere considerato economista. Lo stesso vale per tanti altri economisti-che-non-lo-sono, che pure popolano il Parlamento e i quotidiani nazionali, facendo danni più o meno gravi.

PPS: i dati che ho utilizzato per le regressioni (ordered probit) possono essere scaricati gratuitamente dal sito della Banca d’Italia e si trovano qui. Necessitano di una breve preparazione per essere usati. A chi fosse interessato posso fornire il codice Stata che ho impiegato.