Mentre giovedì a Roma il presidente Letta e i ministri Bonino e Mauro rassicuravano il segretario generale della Nato Rasmussen sulla prosecuzione dell’impegno militare italiano in Afghanistan, fuori città, nelle campagne laziali di Monte Romano, truppe aviotrasportate dell’esercito e forze speciali si addestravano in azioni di combattimento in vista della partenza per il fronte e altri soldati, sulle montagne friulane sopra Gemona, si esercitavano con il supporto di elicotteri da attacco Mangusta “simulando un tipico scenario afghano”.

Uno scenario sempre più caldo dove, per far fronte al moltiplicarsi degli attacchi della guerriglia contro le nostre truppe e le nostre basi, il contingente italiano a Herat – dove Letta sarà in visita il 12 agosto – sta rafforzando le misure di sicurezza anche nel quartier generale di Camp Arena, in cui nei giorni scorsi è entrato in servizio un piccolo drone soprannominato ‘la civetta’ che veglierà dall’alto 24 ore su 24 sulla sicurezza delle nostre truppe e che nei prossimi mesi sarà affiancato sul terreno da robottini-sentinella da combattimento. Da gennaio 2015, conclusa la missione Isaf (che anche quest’anno ci è costata all’incirca 750 milioni di euro, di cui 300 ancora da stanziare a settembre), nell’ambito della nuova missione Nato Resolute Support rimarranno in Afghanistan 1.800 militari italiani, destinati a ridursi progressivamente a meno della metà, circa 800, e ci rimarranno almeno fino al 2017, anche se all’estero già si parla apertamente di un probabile prolungamento della missione fino al 2020.

Ufficialmente, come hanno ribadito Letta e Rasmussen durante la conferenza stampa congiunta a Palazzo Chigi, la futura missione non sarà più “combat”, ma solo di addestramento e supporto alle forze armate afgane. In realtà, negli ambienti militari si dà per scontato che con il deteriorarsi della situazione conseguente alla riduzione delle truppe Nato e vista la pessima condizione reale dell’esercito locale, “gli afgani avranno bisogno di molto più del semplice addestramento”. Le truppe italiane schierate sul fronte ovest (di cui manterranno il comando dalla base di Herat) assisteranno le truppe afgane in azione e all’occorrenza interverranno direttamente con una forza di reazione rapida e con supporto aereo.

Come spiega l’esperto di affari militari Gianandrea Gaiani, direttore di Analisidifesa.it, “a protezione dei nostri addestratori e consiglieri militari rimarrà necessariamente una componente di forze speciali italiane in grado d’intervenire in caso di emergenza, magari sarà numericamente ridotta rispetto a oggi, ma ci sarà sicuramente”. Oggi la Task Force 45 italiana conta duecento uomini: parà del Col Moschin, incursori del Comsubin e del 17° Stormo, Ranger del 4° Alpini e Gis dei Carabinieri. Anche i tedeschi, del resto, continueranno a schierare sul fronte settentrionale la loro Task Force 47 di forze speciali.  “Per le stesse esigenze di protezione del contingente – prosegue Gaiani – manterremo in Afghanistan anche una componente aerea formata da droni ed elicotteri da attacco, e non è detto che basteranno: dato che le forze aeree afgane non dispongono di cacciabombardieri, non è escluso che dovremo lasciare là anche i nostri Amx. Insomma, altro che ritiro…”.

Ma quanto ci costerà il prolungamento dell’impegno militare sul fronte afgano? Nei prossimi tre anni almeno 600-800 milioni di euro: 300-400 milioni nel 2015 e la metà nei due anni successivi. A questi vanno aggiunti, per lo stesso periodo, altri 360 milioni (120 l’anno) come contributo nazionale al fondo Nato che finanzierà le forze governative afgane per consentire loro di proseguire la guerra contro i ribelli talebani: un impegno finanziario preso l’anno scorso al vertice Nato di Chicago dall’allora ministro Terzi. Per la cronaca, la Francia, che ha già ritirato tutte le sue forze di combattimento, non solo ha deciso di uscire completamente dall’Afghanistan entro la fine del 2014 chiamandosi fuori dalla futura missione Resolute Support, ma per ora non sembra nemmeno intenzionata a partecipare alla colletta di guerra a sostegno dell’esercito afgano che Washington e Nato le hanno chiesto a compensazione del ritiro anticipato. 

La zelante Italia, invece, sarà la prima a pagare e l’ultima a uscire dall’Afghanistan sulla base di impegni presi dal governo senza mai consultare il Parlamento, che invece avrebbe pieno titolo di esprimersi su una scelta così importante come quella di impantanarci per altri anni nell’infinita guerra afgana. Una guerra che in dodici anni ha tolto la vita a oltre 75mila afgani (quarantamila talebani, quindicimila civili e ventimila militari) e a 3.350 soldati occidentali caduti sul campo, di cui 53 italiani, più altre centinaia suicidi al fronte o in patria.