Colpo di scena al tribunale di Palmi dove si è concluso il processo contro i genitori e il fratello della testimone di giustizia Maria Concetta Cacciola, morta nell’agosto 2011 dopo avere ingerito acido muriaticoLa Corte d’Assise di Palmi ha condannato i familiari della donna non per induzione al suicidio, ma solo per maltrattamenti, reato “aggravato per avere agito con metodo mafioso e al fine di agevolare l’associazione a delinquere di tipo mafioso denominata ‘ndrangheta, e in particolare la cosca Bellocco-Cacciola”. È proprio questo il punto: il presidente Silvia Capone e i giudici popolari davanti ai quali si è celebrato il processo non pensano si sia trattato di suicidio ma di omicidio commesso dalle cosche. La Corte d’Assise ha, quindi, trasmesso gli atti alla Procura di Palmi per verificare se alla testimone di giustizia sia stato fatto bere l’acido che l’ha uccisa e se poi sia stato inscenato un finto suicidio. Secondo i magistrati gli imputati avrebbero “impiegato un mezzo venefico e agito con premeditazione”. La svolta è arrivata dopo la relazione del consulente medico-legale che ha effettuato l’autopsia sul corpo di Maria Concetta Cacciola. Quest’ultima, prima di morire, aveva abbandonato il programma di protezione ed era rientrata a Rosarno. Costretta a ritrattare le precedenti dichiarazioni e affidarle a una registrazione, la donna cresciuta in una famiglia di ‘ndrangheta ha pagato con la vita l’essersi rivolta ai carabinieri.

“Perdonami se puoi. So che non ti vedrò mai perché questa sarà la volontà dell’onore, che ha la famiglia. Per questo avete perso una figlia. Addio, ti vorrò sempre bene”. Sono le parole attraverso le quali la Cacciola aveva spiegato alla madre, Anna Rosalba Lazzaro, la sua scelta di collaborare con lo Stato, di diventare infame. Una scelta che non poteva essere accettata da chi respira l’aria di ‘ndrangheta da sempre. Proprio alla madre, ora condannata a 2 anni di carcere, aveva affidato i figli raccomandandole di dar loro una “vita migliore” di quella che la sua famiglia, legata alla cosca Pesce-Bellocco, le aveva riservato: “A 13 anni sposata per avere un po’ di libertà… credevo potessi tutto, invece mi sono rovinata la vita perché non mi amava né l’amo e tu lo sai”.

Frasi che fanno comprendere le pressioni e le vessazioni subite negli anni dalla testimone. Voleva portare con sé i figli, ma il padre e il fratello non gliel’hanno consentito. Il primo, Michele Cacciola (cognato del boss Gregorio Bellocco), è stato condannato a 6 anni di carcere, mentre a Giuseppe Cacciola, fratello di Maria Concetta, sono stati inflitti 5 anni e 4 mesi. Dopo essersi nascosta a Cosenza, a Bolzano e a Genova, la testimone voleva riabbracciarli. In fondo, per loro, aveva saltato il fosso. E sempre per loro voleva ritornare indietro. Con un marito in carcere a scontare una condanna a 8 anni per associazione mafiosa, sarebbe stato normale che i tre figli seguissero la madre. Era lei che, in quel momento, esercitava la patria potestà su di loro che non sarebbero dovuti rimanere in quell’ambiente dal quale la donna stava scappando.