Venticinque pagine di ordinanza per spiegare come il prefetto Francesco La Motta “abbia asservito la funzione pubblica ad interessi privati”. Tanto che quella di cui si occupa il magistrato “è una indicibile beffa per i cittadini che in epoca di necessaria austerità apprendono dai giornali che i soldi pubblici gestiti da un ministero, quello dell’Interno, erano andati a confluire su un fondo estero“. Al centro della “beffa” l’ex prefetto Francesco La Motta, arrestato su ordine della Procura di Roma in merito al filone capitolino dell’inchiesta sulla gestione dei fondi del Viminale. Agli arresti anche il banchiere Klaus Beherend, mentre Eduardo Tartaglia e Rocco Zullino, già in carcere a Napoli, sono stati raggiunti da una nuova ordinanza di custodia. Il ministro degli Interni Angelino Alfano ha già chiarito che il Viminale “è parte lesa nei crimini e nelle responsabilità che vengono addebitate al prefetto Francesco La Motta e si augura che la magistratura vada fino in fondo”.

L’investimento in Svizzera con i soldi del fondo per gli edifici di culto
Gli arrestati sono accusati di peculato e falsità ideologica nell’inchiesta condotta dal pm Paolo Ielo. La parte romana dell’indagine, nata alcuni mesi fa a Napoli, riguarda un investimento in Svizzera di 10 milioni di euro del Fec, il Fondo edifici di culto, di cui La Motta era l’ex responsabile, affidato, secondo chi indaga, a Zullino, broker di Lugano e collaboratore di Tartaglia, a sua volta parente di La Motta. Per quanto riguarda la posizione del banchiere Beherend, secondo i Ros e i carabinieri di Napoli che stanno svolgendo le indagini, è colui che avrebbe redatto i piani di investimento dei Fondi in collegamento con Tartaglia. Gli arrestati, secondo quanto emerge dall’inchiesta, si erano adoperati al fine di dissuadere i componenti del Fondo edifici di culto a chiudere il conto acceso presso la banca svizzera Hottinger per “timore che si scoprissero i milionari ammanchi”.

L’ordinanza: “Regali a funzionari del ministero”
In occasione delle festività, alcuni “solerti consiglieri” del Fec del ministero dell’Interno avrebbero ricevuto regali e biglietti di auguri che avevano lo scopo di “ingraziarseli” e “dissuaderli dall’iniziativa di chiudere il conto” presso la banca svizzera, “nell’evidente timore che si scoprissero i milionari ammanchi” dal Fondo edifici di culto. Lo scrive il gip di Roma Massimo Di Lauro nell’ordinanza d’arresto. La vicenda è ricostruita dal Gip con le intercettazioni dei carabinieri di Napoli sulle utenze di Eduardo Tartaglia, parente di La Motta e già in carcere a Napoli assieme ad un altro destinatario dell’ordinanza del tribunale di Roma, il broker di Lugano Zullino. “Nel corso delle conversazioni – si legge nell’informativa dei carabinieri – Tartaglia elenca una sequela di cognomi, puntualmente ritrovati nell’organigramma dell’Ente (il Fec, ndr), a partire dal prefetto Angela Pria, attuale capo Dipartimento” (delle libertà civili e immigrazione, ndr)”. Gli altri nomi indicati nell’ordinanza sono quello del prefetto Lucia di Maro (direttore del Fec), della dottoressa Mirella Polillo (direttore amministrativo contabile area IV bilancio e consultivo; del ragionier Giulia Paniccia (funzionario amministrativo ufficio pianificazione e affari generali) e quello del dottor Roberto Falzone (dirigente di II fascia area IV bilancio e consultivo).

“In occasione delle canoniche festività – scrivono i carabinieri – il Tartaglia non manca di omaggiare i solerti consiglieri ma, facendo sua l’indicazione fornita dal prefetto La Motta, vuole che i biglietti augurali siano a firma di Zullino su carta intestata della Hottinger (la banca svizzera, ndr). Lui si accolla il gravoso e dispendioso compito di provvedere all’acquisto dei ‘regalì e alla relativa consegna”, tramite una persona di sua fiducia. In una telefonata tra Zullino e Targaglia, si legge ancora nell’informativa, quest’ultimo afferma infatti che “Franco (secondo gli inquirenti, La Motta, ndr) vuole 4 biglietti a firma Zullino”. Il broker chiede se “deve darli a quei rompi c… del Fec” e Tartaglia conferma chiedendo “di intestare le buste Pria, Di Maro, Polillo, Paniccia” e convenendo che “deve mandarlo anche a Falzone”.

Il gip: “La Motta aveva aderenza con apparati dello Stato”
Il gip, nell’ordinanza di custodia cautelare, racconta che l’ex prefetto La Motta poteva contare “aderenze con appartenenti ad apparati dello Stato” e in ragione di ciò “sono più che concrete le possibilità di inquinare le indagini”. Inoltre ritiene concreto il pericolo che i quattro indagati “commettano ancora gravi delitti”. A parere del gip Massimo Di Lauro le “modalità dell’azione criminosa sono rivelatrici di una indole criminale mantenutasi inalterata negli anni”. Per il giudice appare “notevole e significativa la pericolosità sociale di tutti gli indagati nonostante lo stato di incensuratezza degli stessi. Pericolosità che può essere fronteggiata solo  da misure carcerarie“. Secondo il giudice, peraltro, appare “del tutto probabile che vi siano state collusioni con altri pubblici ufficiali organici” al Fondo edifici di culto del Viminale, “essendo del tutto inverosimile che nessuno si sia accorto di nulla per svariati anni”. ”Una indicibile beffa per i cittadini che in una epoca di necessaria austerità” devono “apprendere dai giornali che i soldi pubblici gestiti da un ministero, quello degli interni, erano andati a confluire su un fondo” all’estero. Il magistrato ricorda vari episodi e tra questi a proposito di La Motta ricorda che nel corso di una perquisizione si servì della presenza e collaborazione degli attuali responsabili dell’ufficio legale e capo di gabinetto dell’Aisi, cioè il servizio segreto civile. 

Indagata per peculato anche una dirigente del ministero
C’è anche il nome del viceprefetto Rosa Maria Frisari, della Direzione centrale per gli affari generali e per la gestione delle risorse finanziarie e strumentali del Viminale, nel registro degli indagati. Alla donna viene contestato il reato di peculato. “Appare ragionevole ritenere – si legge – il coinvolgimento della Frisari, anch’essa indagata, che mise la propria firma (ed allo stato non vi sono infatti elementi per ritenere che fosse apocrifa) su vari atti di svuotamento del conto” acceso presso una banca in Svizzera. Il giudice prosegue affermando che “altre volte era il La Motta a mettere la propria firma su analoghi atti ma non come ‘quisque de populo’ bensì nella sua qualità di prefetto, ancora di fatto legittimato a disporre del conto de quo, nonostante nel frattempo avesse lasciato il Fec per passare ad altro incarico”. A tirare in ballo nella vicenda la Frisari è stato Rocco Zullino.

Il filone napoletano: “Riciclaggio del clan Polverino”
Il prefetto è indagato anche in un’inchiesta parallela condotta dalla Direzione antimafia della Procura di Napoli. L’indagine, svolta dal procuratore aggiunto Melillo e dai pm Ardituro e Del Gaudio, riguarda in particolare l’attività di riciclaggio del clan Polverino, una potente organizzazione camorristica attiva nell’hinterland settentrionale di Napoli. Nel corso dell’inchiesta, nelle scorse settimane è stata eseguita un’ordinanza di custodia nei confronti di Eduardo Tartaglia, produttore cinematografico e promotore finanziario, cugino di La Motta. A Napoli La Motta risulta indagato per associazione per delinquere e rivelazione di segreto di ufficio, sulla base di dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Secondo un pentito, avrebbe offerto coperture a imprenditori e fornito informazioni sulle indagini in corso, nonché tentato di ostacolare le inchieste “silurando” un magistrato della Procura.

Il giudice: “La relazione del ministero è arrivata solo dopo i giornali”
Secondo quanto scrive il gip di Roma la relazione del Viminale sulla gestione dei fondi del Fec è arrivata alla procura “solo dopo che i mass media avevano dato ampio risalto” alle indagini. “Sia pure a distanza di ben sette anni” dall’instaurazione dei rapporti tra il Fec e la banca svizzera, “un organo del ministero dell’Interno – scrive il magistrato – finalmente si assume la responsabilità di stigmatizzare” questi rapporti. Nell’ordinanza il gip scrive che la Commissione ministeriale è stata istituita con decreto il 5 aprile 2013 e ha trasmesso alla procura la relazione sulla gestione del conto aperto dal Fec alla Banca Hottinger il 20 maggio scorso. “La Commissione – si legge – ha precisato che il Fec non può assolutamente intrattenere a norma di legge un conto corrente bancario e, soffermandosi sulla gestione dei capitali acquisiti a qualsiasi titolo dal Fec, ha chiarito che qualsivoglia reinvestimento deve avvenire previo versamento dei capitali nel conto corrente infruttifero acceso presso la tesoreria centrale e successiva emissione di un mandato di pagamento”.

Nell’informativa della polizia giudiziaria del 30 maggio si evidenzia invece che “il conferimento alla Hottinger è avvenuto tramite bonifici disposti dall’ufficio italiano cambi (fino al 3 dicembre 2007) e dalla Banca d’Italia – ufficio rapporti con il tesoro, che venivano autorizzati, con i medesimi decreti dirigenziali, al trasferimento del denaro imputando la spesa alla tesoreria generale dello stato nel capitolo 501 dello stato di previsione della spesa del Fec per l’anno finanziario di riferimento”. Nella relazione dell’organismo del Viminale, scrive ancora il gip, “non si prende posizione in ordine alla legittimità di tale prassi ed alla sua conformità alle prescrizioni e ai divieti sopramenzionati ma ci si limita a segnalare incidentalmente una circostanza in realtà assolutamente dirimente in ordine all’illegittimità dell’operato del Fec” laddove si afferma che “l’autorizzazione all’acquisto dei titoli concessa dal Fec nel lontano 1985 concerneva i soli titoli di stato ed i buoni fruttiferi”.