‘La scrittura somiglia alle fasi di sviluppo degli insetti. Quello che hai scritto adesso è una larva che non diventerà mai una pupa e non completerà mai la sua metamorfosi. È una semplice larva che è uscita morta dalla tua testa. Cerca di farla evolvere fino alle altre fasi.’

Utile, e non solo agli scrittori alle prese con il foglio bianco, lo straordinario romanzo “Il cacciatore di larve” del sudanese Amir Tag Elsir, uscito in Italia per Edizioni Nottetempo.

Il protagonista ‘Abdellah Harfash, alias Farfàr, è un ex agente dei servizi segreti sudanesi che ha perso la gamba in un’incidente stradale. Costretto alla pensione anticipata, decide, inspiegabilmente perfino a se stesso, di scrivere non più i rapporti sui sospettati, ma un romanzo. Sembra facile. Ma come si scrive un romanzo? Farfàr, come buona parte degli improvvisati ‘scribacchini’ del mondo reale, non ne ha un’idea, e persuaso che basti frequentare un intelettuale per riuscirci, inizia a bazzicare il Palazzo del Sicomoro, luogo di ritrovo di scrittori celebri e di scrittori esordienti, e si lega al famoso autore A.T. che poi scompare e… riappare per svelarci un incredibile finale.

Si potrebbero scrivere molte cose su questo stupendo romanzo, ma credo che l’analisi più lucida sia quella fatta dal traduttore e studioso marocchino Rabii El Gamrani : ‘Tag Elsir in una mossa che non spezza in nessun modo la struttura narrativa, introduce un romanzo nel romanzo e fa scindere da se stesso altri narratori. Attraverso gli occhi di Harfash leggeremo parte del romanzo di A.T. Fra letture e incontri, sfilano diversi personaggi che costellano l’universo di Harfash assumendo una veste nuova, non più quella di semplici parenti o conoscenti, sospettati e controllati, ma quella di eventuali personaggi da inserire nel suo futuro romanzo. Dalla zia Th. e il suo marito massaggiatore/attore, al libraio cristiano R.M., dalla scrittrice esordiente S. al folle A.D., dagli avventori dei caffè ad ex dissidenti politici, Harfash scandaglia la vita degli altri cercando attraverso loro quella rivalsa che gli è stata negata dagli apparati di sicurezza. Mentre leggevo questo romanzo mi ritornavano spesso in mente due guru della letteratura italiana: Luigi Pirandello e Italo Calvino. Non sono per i paragoni facili, anzi non sono per nessun tipo di paragone, ogni autore ha una sua lena e linea, ma “Il cacciatore di larve” ricorda per molti aspetti “Sei personaggi in cerca d’autori”, solo che in questo caso è l’autore ad andare a caccia dei personaggi. L’allusione a Calvino invece trova la sua ragione nel tema e nella struttura del romanzo. Il metatesto applicato da Calvino in romanzi come “Città invisibili” e “Se una notte d’inverno un viaggiatore” lo troviamo anche ne “Il cacciatore di larve”. Il suo dunque è un tentativo fallito di redenzione, di uscire, attraverso la creatività, da quella visione manicheista che mette i buoni da una parte e i cattivi dall’altra, e gli apparati di sicurezza appaiono in questa dialettica come dei prestigiatori che manovrano delle marionette decidendo per loro di volta in volta quando e come entrare o uscire di scena. Oltre alle problematiche della scrittura che fanno da collante alla narrazione, Tag Elsir fa un eccellente ed ironico ritratto della paranoia securitaria dello Stato che vede il pericolo ovunque e cerca di soffocare ogni spazio di libertà e di creatività, spiando l’intimità dei cittadini e sbattendoli in carcere senza imputazioni né processi. Ma nella denuncia di Tag Elsir non c’è nessun patetismo e nessuna pesantezza, il sarcasmo e l’ironia smascherano la stupidità di un regime che teme perfino la sua ombra e pensa di riassumere la vita degli altri in fascicoli e sigle.’

Anche “Scrittori”, di Antoine Volodine  (Edizioni Clichy) analizza il mondo della letteratura, più propriamente il processo della scrittura, attraverso racconti che si fingono brevi saggi sulla figura dello scrittore, per distruggerla e (forse) ricrearla. Nelle pagine di Volodine lo scrittore è ben lontano dall’essere un alcolizzato geniale o un gigante del pensiero, un romantico torturato o un mondano adulato dai media. I suoi protagonisti si dibattono tra il silenzio e la malattia mentale, rischiano la vita per mano propria o per mano di chi è recluso insieme a loro, mettono facilmente a repentaglio quella altrui. Spesso sono analfabeti, come Kurilin, che evoca il terrore stalinano a delle bambole di ferro che sembrano ascoltarlo; a volte sono già morti, come Maria Trecentotredici, che tiene una conferenza sulla scrittura nell’oscurità totale che segue il suo decesso. Oppure sono in trance, come Linda Woo, che dall’interno della sua cella di manicomio grida una definizione degli scrittori: ‘La loro memoria è diventata una raccolta di sogni. S’inventano dei mondi in cui il fallimento è sistematico e cocente come in quello che voi chiamate mondo reale’. Volodine non perde l’occasione di mettere ferocemente alla berlina la società letteraria e i suoi vezzi, come quello dei ringraziamenti nei libri, satireggiati con ironia corrosiva al centro del romanzo; o il mito del genio incompreso, impersonato da Bogdan Tarassev, l’autore che battezza Wolff ogni personaggio delle sue storie.

“Scrittori” è l’opera forse più diretta e matura, la prima tradotta in italiano, di Antoine Volodine, autore di origine russa che ha esordito con la fantascienza, per poi abbandonarla e dedicarsi alla pubblicazione di un numero sterminato di romanzi e saggi. Scrittore tra i più imprevedibili e controversi della Francia contemporanea, spesso celatosi dietro pseudonimi, tra i quali i più famosi sono Manuela Draeger e Lutz Bassmann,Volodine tratteggia un universo oscuro e disperato, ma carico di passione e insofferente all’oppressione di qualsiasi regola.

‘Ricorda che nello scrivere “Inizziare” aveva avuto l’impressione, fulminea ma travolgente, di stare in realtà continuando qualcosa, gli era sembrato, senza essere in grado di formularlo o di capirlo, di trovarsi su una passerella che lo collegava a un vissuto precedente (…) quasi un gesto artigianale, che apparteneva da molto tempo alla sua vita quotidiana, che addirittura caratterizzava da sempre la sua vita quotidiana, quello di prendere un copriquaderno per scriverci sopra delle storie inventate.’

L’insegnante che sa che sta accadendo qualcosa di assolutamente straordinario, dato che non è cosa usuale che un bambino di cinque anni, a mala pena alfabetizzato, si sottragga così anarchicamente alle regole della classe e della collettività, apra un quaderno e inizi a scrivere un racconto senza senso. Follia? Forse, ma come scrive anche Amir Tag Elsir: ‘So che quando scrive impazzisce.’