E’ ufficialmente cominciata una nuova corsa all’oro. Le pepite moderne sono immense quantità di oro, e anche di rame, cobalto, nichel, manganese e altri metalli e minerali preziosi. E la loro ubicazione non è più il Klondike (Canada) tanto caro a Zio Paperone, ma i fondali degli oceani. Con conseguenze disastrose per l’ecosistema, anche perché le estrazioni saranno gestite da imprese private, da sempre più attente al profitto che all’ambiente. Questa nuova corsa è stata lanciata dallo studio tecnico della Autorità internazionale dei fondali marini (Isa) delle Nazioni Unite, che prevede dal 2016 una vera e propria liberazione delle licenze per gli scavi nei fondali oceanici. Motivandola con le seguenti ragioni: la crescita sia della domanda sia dei prezzi dei metalli; il crollo della loro disponibilità; l’avanzamento della tecnologia; il fatto che sia diventato redditizio per le compagnie del settore estrattivo. 

Secondo una ricerca pubblicata nel 2011 su Nature Geoscience da ricercatori dell’Università di Tokyo, nei fondali oceanici ci sarebbero una quantità di metalli e minerali oltre mille volte superiore a quella estraibile scavando sotto la crosta terrestre asciutta. Ma finora non c’era una vera e propria legislazione in materia, anche perché l’estrazione dei ‘noduli polimetallici’, come si chiamano le immense sedimentazioni rocciose oceaniche ricche di metalli e minerali, era antieconomica. Nel passato vi hanno investito canadesi, cinesi e giapponesi, e negli ultimi anni anche le isole del Pacifico come Papua Nuova Guinea, Fiji, Tonga e altre. Mentre le grandi multinazionali dell’estrazione come Rio Tinto e BHP Billiton se erano tenute alla larga. Oggi tutti cercano di entrare nel gioco. 

Le diciassette licenze finora accordate dalla Isa si riferiscono alla zona sudorientale del Pacifico (qui la mappa) dove si stimano ci siano quantità immense di nickel, rame e cobalto. Una delle ultime licenze, come appare dalla mappa di prima, è stata accordata a una sussidiaria inglese del colosso americano della difesa Lockheed Martin, sempre tra i primi a fiutare gli affari. Ed ecco che, come conseguenza, le Nazioni Unite hanno deciso di legiferare sulla concessione delle licenze in senso assolutamente permissivo. Aprendo enormi contraddizioni, come appare dal documento della stessa Isa quando si liquida la questione ambientale con il controsenso che “finché non si scava, non si sa quanto si può incidere”. E così, se diversi ricercatori si sono opposti a questa liberalizzazione sulla base che l’estrazione mineraria è non sostenibile di per sé, che sia fatta in mare o su terra, altri sono entrati nello specifico.

Come dice Paul Tyler, biologo al National Oceanography Centre, si metterebbero a rischio molte specie di animali, destinate all’estinzione. Oppure, come spiega Richard Wysoczanski, fisico marino al National Institute of Water and Atmospheric Research (Niwa), la vita a quelle profondità dipende dallo zolfo più che dall’ossigeno, e gli scavi libererebbero particelle di zolfo che entrerebbero nella catena alimentare oceanica modificandola in peggio: fino al pesce sulla nostra tavola. Inoltre, c’è il problema della sicura distruzione delle sorgenti idrotermali e del probabile rilascio di radiazioni, oltre all’annosa questione dello stoccaggio delle scorie. Tutte problematiche bypassate dalle Nazioni Unite, che hanno deciso invece di fare partire la nuova corsa all’oro, come se il pianeta non ne avesse sopportate abbastanza.